Labels > Cam Jazz Presents > Dan Kinzelman > Goodbye Castle

Dan Kinzelman

Goodbye Castle

Cam Jazz Presents CAMJ 3304-2

joe rehmer landon knoblock austin mcmahon

Item: full_album_8024709330420_CD

Artists :
Joe Rehmer ( Bass )
Dan Kinzelman ( Reeds )
Austin McMahon ( Drums )
Landon Knoblock ( Piano )
Release date
Jan 28, 2008
Duration
0:49:54
Barcode
8024709330420

"The event you are about to hear is totally imaginary. The modus operandi is well known, public events are borrowed from history books, and yet, it is the interpretation offered that renders the truths of totally imagined reconstructions related to the past. This is the strength, the burning power, of this young quartet. The four components, who are well aware of all that history has placed at their disposal, have appropriated the past with a feeling all their own." (F.Scoppio)


Recorded in Rome on 28, 29 May 2007 at Digital Recording Studio Recording engineer Goffredo Gibellini Mixed in Cavalicco (Udine) on 28 September 2007 at Artesuono Recording Studio Mixing engineer Stefano Amerio


Liner notes by Federico Scoppio


 

Reviews

DAN KINZELMAN Goodbye Castle
Più volte premiato nei concorsi studenteschi del “Down Beat”, da qualche tempo l’oggi ventiseienne sassofonista e clarinettista statunitense vive in Italia, dove già molti ne avranno potuto apprezzare le doti vicino a nostri jazzisti (di recente è spesso con Giovanni Guidi, anche in duo). Ancor più larga visibilità avrà ora da questo bel disco in cui è unito al trio di Knoblock, di passaggio a Roma verso il festival di Foligno. Nato nel Wisconsin, Kinzelman è cresciuto musicalmente a Miami, e in quell’università ha incontrato i tre, con i quali l’identità di vedute è evidente: ottimamente preparati, perseguono un’improvvisazione ben costruita ma libera.
Robusto al tenore e più lirico con i clarinetti, Kinzelman trova valido sostegno in tutta la pattuglia: soprattutto nell’estroso Knoblock, ma anche gli altri due integrano l’interessante tessuto musicale. La collettiva energia si sprigiona in un repertorio quasi tutto basato su temi di Kinzelman stesso (sono aggiunti “Lost In The Harbour”, del cantautore californiano Tom Waits, e “Spancilhill”, proveniente dall’Ottocento irlandese, mentre “Almost Canada” è brano evidentemente nato dalla concordia “sul posto”).
03/06/08Musica JazzGian Mario Maletto
DAN KINZELMAN Goodbye Castle
L’ascolto di “Goodbye Castle” dà la sensazione che il disco sia stato realizzato da musicisti più anziani ed esperti; in realtà, l’età media dei quattro protagonisti viaggia ben al di sotto dei trent’anni. Colpiscono la maturità e l’approccio da jazzisti consumati dei componenti del gruppo, bravi a non inciampare nel mero virtuosismo e nel calligrafismo scolastico. Il compact è l’esordio da titolare del sassofonista/clarinettista statunitense Dan Kinzelman, un simpatico e intelligente spilungone alto oltre due metri, ottimamente coadiuvato dai connazionale Landon Knoblock (pianoforte), Joe Rehmer (contrabbasso) e Austin McMahon (batteria). Kinzelman si è fatto notare nel combo di Giovanni Guidi, uno dei pianisti/compositori più promettenti delle ultime generazioni, anch’egli prodotto dalla CAM, label coraggiosa che oltre ad annoverare nel suo ricco catalogo artisti della statura di John Taylor, Martial Solal, Kenny Wheeler ed Enrico Pieranunzi, nel contempo sa dare spazio e fiducia anche alla “linea giovani”.
Otto pezzi su dieci di “Goodbye Castle” provengono dalla penna di Kinzelman, il cui fare flemmatico riecheggia la pigrizia comportamentale di Lester Young, lo stesso dicasi per il lessico plastico e sinuoso, che il Nostro sa però trasformare di colpo in fraseggio virile, ora allineato alla monumentale voluminosità di Hawkins, ora ai pruriti modali di Rollins, ora alla sbilenca aleatorietà di Ornette Coleman. Colpisce la maniera di porsi in pubblico di Dan Kinzelman, che si muove da consumato “marpione del jazz”, al quale non interessa affatto vomitare fiumi di note, a vantaggio di una intrigante scarnificazione tesa all’essenza del suono. Agli appassionati, raccomandiamo di assistere alle esibizioni live di questa frizzante formazione, destinata senza dubbio a crescere.
09/09/08AudioreviewEnzo Pavoni
Dan Kinzelman Goodbye Castle
Sono tutti americani, i musicisti di questo quartetto (anche se Kinzelman vive in Italia e suona nel quartetto di Giovanni Guidi), ma l’estetica a cui si ispirano è quantomai lontana dal classico mainstream statunitense. Il tratto comune fra tutti i brani è una ricerca di sonorità spaziose, spesso con una frammentazione o persino una sospensione del ritmo. Si passa dal leggiadro valzer di “Trout” al tango destrutturato di “Cravat”, dal canto tradizionale “Spancilhill” (di cui viene eseguito solo il malinconico tema) a “Vorschlag”, che richiama atmosfere da leader mahleriano. “Watercourse” ricorda certi temi liricamente avvolgenti che Jarrett scriveva per il quartetto europeo, mentre “Almost Canada” sembra quasi richiamare cose del trio Motian-Frisell-Lovano, anche se il timbro di Kinzelman è molto più nitido e terso di quello di Lovano (ma a volte si sporca di suggestive raucedini). Uno dei brani più riusciti è “Lost In The Harbour” rivisitazione lirica e incantata del mondo espressivo di Tom Waits. Anche la dimensione ritmica più trascinante non è fuori della portata del quartetto, come dimostrano gli ipnotici riff di basso di “Awaken” e “Battle” o lo swingante “Cunning”, dalle atmosfere quasi cool. Ma, soprattutto, c’è sempre un’interazione di gruppo mobilissima e flessibile fra i quattro musicisti (tutti molto giovani, fra l’altro). Una bella scoperta e un gruppo che è già un’ottima promessa.
12/09/08JazzitSergio Pasquandrea
Usa in Italia
Americano trapiantato in Italia, ventisei anni, Dan Kinzelman si è fatto notare ultimamente nel quartetto di Giovanni Guidi e in diversi gruppi di Enrico Rava. Suona il sax tenore, il clarinetto e il clarinetto basso ed è dotato di una voce strumentale già ben definita, limpida e pacata, ma che spesso si increspa in raucedini e strozzature. Lo accompagna un gruppo di giovani conterranei e coetanei, con i quali Kinzelman produce una musica in bilico tra un complesso post-bop di marca statunitense e chiare influenze europee, che si manifestano nello spiccato melodismo di alcuni temi, nell’inclinazione per i tempi lenti o addirittura rubati e in certe atmosfere sospese, a volte ai limiti dell’informale (particolarmente riuscita la rilettura di “Lost In The Harbour” di Tom Waits, scomposta in mille schegge sonore che sembrano galleggiare nel vuoto). La band ha i suoi punti di forza nella compattezza e nelle solide dinamiche di gruppo, mentre il Kinzelman leader e compositore (quasi tutti i brani sono suoi) si fa apprezzare per la notevole cura nella costruzione dei brani, che non si adagiano mai nelle strutture più risapute ma cercano sempre soluzioni interessanti e originali.
04/02/09Il giornale della musicaSergio Pasquandrea