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John Taylor

Angel Of The Presence

Cam Jazz CAMJ 7778-2

palle danielsson martin france

Item: full_album_8024709777829_CD

Artists :
Martin France ( Drums )
Palle Danielsson ( Double Bass )
John Taylor ( Piano )
Release date
Dec 12, 2005
Duration
0:52:25

British piano virtuoso John Taylor delivers this new exquisite album, where he performs with Swedish bassist Palle Daniellson and drummer Martin France. Trio music of the highest order. "...one of the best piano trio records of 2006." (J.Kelman - All About Jazz) "I thought that it was going to be an easy job when JT asked me to write some sleeve notes for his latest album. After all, John has been one of my very best friends for over thirty years now...Thirty years!! Was all that action at 'The Old Place' and 'The Three Tuns', Beckenham thirty-odd years ago? It seems just like yesterday. Well, in case you missed all the fun, I have to tell you that John Taylor was quite a piano player way back then! Of course we were just trying to find out what this fantastic music called Jazz was all about in those days. What an adventure! - and JT was out there with the rest of us - searching for something - I'm not sure that we knew exactly what we were looking for, but we were having a great time looking for it!"


Recorded in Ludwigsburg on 17, 18 October 2004 at Bauer Studios Recording engineer Johannes Wohlleben


Liner notes by John Surman

Reviews

John Taylor, Angel of the Presence - CD of the week
Three years ago, the Manchester-born pianist John Taylor was turning heads in a trio with former Bill Evans bassist Marc Johnson and the great American drummer Joey Baron. Now Swedish bassist Palle Danielsson and British drummer Martin France are his partners on this sublime set, launched on an imminent UK tour. Taylor's proximity to the status of the Jarretts and Mehldaus, not to mention his late hero Bill Evans, has been a long time coming. Though some predicted it decades ago, the broadening of the pianist's vision and the further blossoming of his awesome technique has been a genuine middle-years breakthrough rather than simply a late reminder of overlooked mastery. Taylor is more classical and impressionistic, less gregariously hook-oriented than Esbjorn Svensson or Tord Gustafsen, doesn't convolute pop tunes like Brad Mehldau, reawaken standards like Keith Jarrett, or play with Herbie Hancock's swollen-river imperiousness. But he rebalances elements of all those qualities.
Steve Swallow's busy Up Too Late has Taylor improvising in an episodic series of surging runs, all different, some starting very low and exploding into clustered treble rattles, some hinting at regular swing licks, some featuring two-handed dialogues like a piano duet. Martin France's snare tattoos, shimmery cymbal sounds and segues between waltzes and disguised funk, and Danielsson's fluency and big sound sharpen Taylor's reflectiveness in his own slow pieces, and Steve Swallow's Vaguely Asian is another masterly example of entwined but distinct melody lines in full flight. Two Kenny Wheeler tunes explore the pianist's love of oblique resolutions that nonetheless sustain a song-shape. This may even be a better Taylor trio than the Baron/Johnson one, and that's saying something.
06/01/06The GuardianJohn Fordham
Angel of the Presence
John Taylor, pianista di Manchester abituato a frequentare l'Italia da diversi anni e molto stimato dagli appassionati del nostro paese, è uno di quei musicisti che difficilmente sbaglia un colpo ed i cui dischi sono sempre apprezzabilissimi e frutto di lavori molto ben prodotti. Se artisti come Jarrett e Mehldau godono da tempo (specialmente il primo) di fama consolidatissima, in realtà musicisti come Taylor risultano spesso sottostimati pur sciorinando discografie di tutto rispetto. Con l'etichetta italiana Cam, John Taylor ha già registrato diversi lavori e collaborato con talenti come Maria Pia De Vito e Ralph Towner, oltre a partecipare a lavori di altri protagonisti e sempre brillando di luce propria. Dotato di un talento purissimo che gli permette di scorrere da uno stile all'altro, pur privilegiando le sonorità melodiche e talvolta eteree tipicamente europee, John Taylor sa anche proporre soluzioni ritmiche molto coinvolgenti, generando nell'arco di questo lavoro un flusso di carica energetica e creativa davvero eccellente, dal primo all'ultimo brano. Non sono estranei a tale risultato di insieme i due suoi compagni di incisione: Palle Danielsson al basso e Martin France alla batteria sono decisamente eclettici e ricchi di inventiva e si fanno sentire in ogni brano, accompagnando sapientemente Taylor. Alcuni inserti dei due accompagnatori riescono a creare spazi di solismo molto originali e preparano con grande maestria il terreno ai ritorni di Taylor nel ruolo di solista puro. Tutto ciò concorre ad arricchire con questo Angel Of Presence l'invidiabile catalogo Cam, che ha il merito di non legarsi ad un unico aspetto del jazz e di non fermarsi mai nella ricerca di musicisti disponibili a tirare fuori idee nuove, proponendo ormai da anni dischi davvero stimolanti. Angel Of Presence, attraversato da un filo conduttore di invidiabile freschezza, ne è una ennesima dimostrazione.

Commento tecnico:

Voto artistico: 8.5
Voto tecnico: 7.5
01/03/06SuonoSergio Spada
Angel of the Presence
Simply stunning trio album with pianist John Taylor joined by Swedish bassist Palle Danielsson and subtle drummer Martin France on eight tunes (four Taylor originals, two Steve Swallows and two Kenny Wheeler). Lets anyone think Taylor's characteristic spring-heeled lyricism too dry (which it isn't, although there is a marvellous ballad here called "Dry Stone"), one track - Swallow's "Vaguely Asian" - is such a miracle of driving yet unforced swing that the muscolar bass riff, zinged piano strings and cracking rimshot recall nothing so much as Roy Budd's theme for Get Carter.
17/01/06Indipendent on Sunday - 4,5 stars out of 5Phil Johnson
John Taylor
Der "Engel der Gegenwart" lächelt für den Briten John Taylor kaum. Vielleicht, weil es von dem nachdenklichen Pianisten Weniges unter eigenem Namen gibt. Oft war er Sideman von Kenny Wheeler (ECM, CAM) oder spielte eine tragende Rolle bei Peter Erskine (ECM). Schon 1977 (da war er 35) zählte das Londoner Jazz Journal den Gründer des Trios Azymuth zu den "jazz musicians of world class". Meist ist seine Musik grüblerisch, wehmütig. Sie kommt aus der Stille und erfordert Stille; sie entspricht seiner alten Forderung: "Bei Jazz muss man zuhören" - und nicht, wie in den Clubs, nebenher plaudern. Da wird kein artistisches Feuerwerk entzündet, auch wenn Taylor ab und zu Fingerfertigkeit beweist. "Dry Stone", eine Art Valse triste, und "Fable" (mit rätselhaften Tonfolgen zu bizarren Akkorden) atmen Melancholie - ebenso wie "Afterthought": Hier kommt selbst mit bewegterem Tempo keine Fröhlichkeit auf. Nur "In Cologne" lässt etwas Sonne durchs Gewölk: Taylors Erfahrungen als Dozent in Köln (seit 1993) sind offenbar erfreulich. Steve Swallows und Kenny Wheelers Stücke (je zwei) passen bestens ins rundum spannende Programm. Das Zusammenspiel mit dem flexiblen Palle Danielsson (Bass) und dem fein ziselierenden, aber auch mächtig auftrumpfenden Drummer Martin France ist mustergültig, das Klangbild hochdifferenziert.
01/04/06AUDIO - CD des MonatsPeter Steder
Angel of the Presence
Parmi les perles que publie le label italien CamJazz (Jim Hall/Enrico Pieranunzi, Maria Pia De Vito, Martial Solal/Dave Douglas), il y a eu récemment le piano solo Songs and variations du pianiste britannique John Taylor, une perfection dans l'équilibre de la sensibilité et de la maîtrise. Voici ce même équilibre atteint avec une égale perfection en trio avec Palle Danielsson à la contrebasse, Martin France à la batterie.
29/03/06Telerama - ffffMichel Contat
Angel of the Presence
La CamJazz ci propone, ancora una volta, un lavoro di notevole livello: "Angel of the Presence" di John Taylor. Affiancato da una sezione ritmica eccellente, costituita da Palle Danielsson al contrabbasso e Martin France alla batteria (musicisti che hanno già in passato più volte collaborato con lui), con questo disco il pianista inglese conferma -- non che ce ne fosse bisogno! -- di essere uno dei più validi artisti che il panorama jazzistico mondiale ci abbia offerto da qualche decina d'anni a questa parte. Dalle ottime composizioni (oltre quelle del leader ne sono presenti due del collega e amico Kenny Wheeler e due di Steve Swallow) alle raffinate armonie, dal magnifico interplay alle esemplari improvvisazioni, i cinquanta e più minuti del cd presentano un prodotto di classe, ricercato ed elegante, degno dei migliori trii di Bill Evans (cui, inutile ricordarlo, il pianista di Manchester deve molto) e di Keith Jarrett. Come nei suoi lavori precedenti, anche qui ciò che in primis colpisce di Taylor è il suo straordinario equilibrio, la sua sapiente capacità di dosare frasi, ritmo, armonizzazioni, bilanciando abilmente discrezione da un lato ed energia dall'altro. Come exempla di ciò si prendano "Aftertought" del leader, brano pieno di pulsazione e di ritmo, e "Sweet Dulcinea" di Wheeler, waltz di grande poesia (tra l'altro molto amato anche da Bill Evans): in entrambi stiamo ascoltando lo stesso stile e lo stesso linguaggio, ma declinati secondo l'atmosfera richiesta dai rispettivi brani. Potrà sembrare un'ovvietà, ma la differenza tra i pur bravi musicisti e i veri grandi si gioca spesso proprio qui: sul terreno della sensibilità. E Taylor, così come i suoi compagni Danielsson e France, di sensibilità ne ha da vendere. Chiudiamo tornando all'accenno sulle continuità, pur nelle precise e rispettive identità, tra John Taylor e Bill Evans. Non è solo, o tanto, questione di stile, di influenze e di rimandi filologici; riteniamo si tratti, piuttosto, di un preciso modo di pensare il jazz: un modo che rifugge dalla chiassosità, dall'urlo, dal bisogno di esprimere l'energia attraverso la potenza. Evans e Taylor sono tra loro vicini nel dirci cos'è la finezza sugli ottantotto tasti, oltre che nel mostrarci che incidere un disco significa avere qualcosa che vale la pena di raccontare.
31/03/06www.jazzconvention.netFiorenza D'Aquino
JOHN TAYLOR
Ondanks zijn lange staat van dienst (zijn eerste platen dateren al van de vroege jaren 70) en zijn aanwezigheid op platen van grootheden als Kenny Wheeler en John Surman lijkt pianist John Taylor wat in de schaduw te staan van zijn Amerikaanse en Scandinavische collega's.

Onterecht. Het feit dat Taylor slechts een handvol platen onder zijn eigen naam heeft opgenomen zal hier mede debet aan zijn. Gelukkig zijn er op het Italiaanse label CamJazz het afgelopen jaar een aantal platen uitgekomen waarop Taylor meespeelt, en zelfs twee onder zijn eigen naam.

"Angel Of The Presence" is daarvan de meest recente. Taylor nam de plaat op met twee andere Europese veteranen: Palle Danielsson (o.a. bekend van zijn werk met Keith Jarrett en Jan Garbarek) op bas en de iets jongere Martin France (die met Iain Ballamy, Django Bates en onze eigen Michiel Braam speelde) op drums. Het is dan ook een plaat geworden waarin ervaring en vakmanschap doorklinken.

Taylor is, simpel gezegd, een pianist uit de Bill Evans/Keith jarrett school; zijn spel is veelal ingetogen, impressionistisch en vloeiend van aard. "Amerikaanse" invloeden als blues en soul zijn in mindere mate aanwezig. Hij heeft in zekere mate iets weg van zijn ECM-collega's als Bobo Stenson en de eerder genoemde Jarrett maar heeft een zeer herkenbare eigen stem. Waar Stenson abstract kan zijn en Jarrett de man van het grote gebaar is daar is Taylor vooral pakkend en doeltreffend in zijn ideeën. Hoewel altijd avontuurlijk, vol rijke en volle harmonieën en wisselende ritmes lijken zijn solos ontdaan van alle overbodige noten en zijn de melodieuze ideeën altijd concreet.

Het spel van dit trio is organisch van aard; ook wanneer één muzikant aan het soleren is lijkt het gesprek met de andere twee gaande te blijven. Bassist Danielsson geeft regelmatig commentaar op Taylor's sololijnen en France's drumspel is zeer open hoewel het ritme altijd voelbaar blijft. Eigen werk van Taylor wordt aangevuld met composities van Steve Swallow en Kenny Wheeler en er is een goede balans tussen stuwend en levendig (de opener "Up Too Late" en het van fantastische tempowisselingen voorziene "In Cologne") en ingetogen en verstild ("Dry Stone", het lichtelijk abstracte "Fable").

Er hangt een donkere wolk boven "Angel Of The Presence"; vlak na de opnames overleed de vrouw van Taylor. Aan de muziek is dat echter niet te merken; zelfs op de meest verstilde momenten straalt het spel iets onmiskenbaar positiefs uit. Wanneer de laatste klanken van Kenny Wheeler's tijdloze melodie "Intro To No Particular Song" wegsterven laat "Angel Of The Presence" keer op keer het gevoel van de naderende lente achter.
26/03/06www.Jazzpodium.nlFreek Hendriksen
JOHN TAYLOR Angel of the Presence
Pianista colto, amante delle fini architetture, abituato a gestire con democrazia ed equilibrio ogni formazione, l’inglese John Taylor sembra accentuare ulteriormente tali caratteristiche con il trascorrere del tempo (nel 2006 compirà 64 anni): <I>Angel Of The Presence</I> ne costituisce l’ennesima conferma. Il compact è inciso in trio con il contrabbassista Palle Danielsson e con il batterista Martin France, sulla copertina porta stampigliato il marchio CamJazz, tra le migliori <I>label</I> nostrane d’inizio millennio, che, oltre all’attente direzione artistica, garantisce una grafica molto accurata e una definizione sonora in grado di accontentare perfino i maniaci dell’hi-fi. Con questo lavoro, Talor fornisce una delle sue prove più lucide e ispirate degli ultimi anni, merito anche dell’accurata scelta dei partner.
15/02/06Jazzite.p.
JOHN TAYLOR Angel of the Presence
Non è sempre automatico che dall'incontro di grandi personalità scaturisca musica all'altezza delle attese ma in questa occasione si è realizzata quella misteriosa, felice alchimia e possiamo dire di trovarci di fronte a un disco speciale. Il pianismo di Taylor, profondo, con le sue fitte trame armoniche e capace a ogni istante di aprire nuove porte, di tracciare altri sentieri melodici, inaspettati e eccitanti, trova in Danielsson e France due interlocutori eccezionali, parimenti coinvolti nel processo creativo, attenti e reattivi, pronti a seguire il pianoforte nei suoi percorsi, preziosi per questa musica ricercata nelle strutture, nelle metriche, nelle armonie, eppure così diretta, emozionante e vitale. Le composizioni sono di Taylor, di Steve Swallow, di Kenny Wheeler.
Volendo segnalare le vette (compito arduo vista la straordinaria qualità generale) si potrebbe far cenno alla tensione palpabile e alla superba interazione del trio in Up Too Late (di Swallow), alla struggente, evansiana Dry Stone e alle metriche continuamente cangianti della strepitosa In Cologne, che da sola basterebbe a testimoniare l'assoluto valore della formazione. Nel virgolettato a presentazione del CD, John Surman ci inviata semplicemente ad accomodarci, rilassarci, aprire le orecchie e ascoltare: ottimo consiglio.
14/04/06Musica JazzIammarino
John Taylor, sarto della musica
Colpisce sempre in John Taylor il garbo civile dell'offerta musicale, la misura espressiva, l'accorto uso degli strumenti cui conduce i musicisti che chiama con sé. In questo caso, Album CamJazz, il double-bass di Danielsson, col suo pulsare si inserisce alla perfezione nel pulsare della batteria di Martin France, che privilegia il tremolio dei piatti. Così, il piano di Taylor precisa, cuce e scuce le linee melodiche salvandone sempre il disegno percepibile.
30/12/05Il Venerdi' di RepubblicaEnzo Siciliano
John Taylor, Martin France, Palle Danielsson
Dès les premiers sons du percussionniste Martin France, on pénètre dans un monde onirique où le swing est toujours présent. Cinq compositions du leader John Taylor, pianiste au toucher remarquable, deux compositions de Steve Swallow (sans doute choix ultime de Palle, immense à la double-bass) et deux de Kenny Wheeler. Rarement un trio nous aura procuré tant de plaisir. Laissons parler John Surman à propos de cet album: «Tout ce que je peux vous suggérer est de vous asseoir, oreilles grandes ouvertes et avec votre boisson favorite, de mettre ce cd et d'écouter». D'accord !
20/02/06La StradaPierre Lapijover
JOHN TAYLOR Angel of the Presence - four stars
John Taylor a plusieurs cordes à son arc: il peut jouer avec une certaine nonchalance ou jeter fiévreusement ses notes dans l'urgence. Le pianiste introspectif de "Insight" ou de "Rosslyn" -- pour citer des disques récents -- se montre plus loquace que d'habitude. Vaguely Asian, composition de Steve Swallow précédemment enregistrée par Taylor en solo, perd un peu de son abstraction. Les tambours de Martin France ordonnent, canalisent, apportent au morceau un autre éclairage, un batteur puissant et énergique poussant le pianiste à l'action. Avec Palle Danielsson pour la compléter, la section rythmique fait acte de présence. Une contrebasse ronde et attentive, une batterie sonore et imposante se mettent au service du piano, répondent et développent ses phrases, prêtes à tout moment au dialogue, à l'échange. Le pianiste peut ainsi chanter plus fort ou se laiser aller à un bavardage sensible et délicat, cet aspect quelque peu éthéré de sa musique se retrouvant dans Dry Stone, Fable et Intro to No Particular Song de Kenny Wheeler, trois ballades d'un album recommandé.
18/04/06JazzmanPierre de Chocqueuse
John Taylor/Martin France/Palle Danielsson Angel Of the Presence
La presenza angelica è quella della moglie di John Taylor, Diana (non Diane come erroneamente scritto nelle note), autrice della copertina di questo cd inciso un mese prima della sua tragica scomparsa. Il trio è tra i più agili e swinganti capitanati dal grande pianista di Manchester. Molto altro bisognerebbe aggiungere -- ma lasciamo il piacere all'ascolto -- per comprendere il viaggio artistico intrapreso negli ultimi cinque anni da Taylor, pianista capace di mettersi sempre in discussione, qui catapultato nell'organizzazione di un interplay vivace e a tratti travolgente. Il mantenimento della suspense e l'interazione coi partner si individua immediatamente nell'agile apertura di Up Too Late, dove ben si scorge la penna fulgida di Steve Swallow, il quale regala al trio anche Vaguely Asian, altro aeriforme acquarello da tempo portato in concerto dal pianista degli Azimuth. Diversamente, il Taylor che tutti conosciamo, s'incunea magnificamente nell’alveo sonoro di composizioni dai tratti sibillini come Fable e Dry Stone, o nell'esplosiva, celebre Afterthought e nella docile contabilità di un altro classico, stavolta wheeleriano, che è Intro To No Particular Song. Ingegnoso feeling, felicissime intuizioni, magnetica compenetrazione del trio completano un disco speciale e dalla spontanea, inedita bellezza.
29/05/06JazzitGianmichele Taormina
Angel of the presence
Dopo il disco “in solitaria” “Songs and variations”, la CAM punta nuovamente e nello stesso anno su John Taylor. Stavolta è uno splendido trio l’interprete delle musiche del pianista inglese, composto, oltre che da Taylor, da Palle Danielsson al contrabbasso e da Martin France alla batteria. Lo stile di Taylor è ormai consolidato. Appagano la mente e il cuore la sua ricerca armonica, le sonorità distese, la vena melodica alternata a linee ritmico-percussive, le calme atmosfere facili ad infiammarsi sotto il tocco robusto e sensibile del pianista di Manchester. Insomma le “solite” atmosfere nordiche di cui non potremmo fare a meno. In ogni caso tira tutta un’altra aria rispetto al quasi contemporaneo “Songs and variations”, da cui riprende una affascinante “In Cologne” dotandola di un’intro “fugata” e di una nuova stimolante vivacità. Come sottolinea niente meno che John Surman nelle note di copertina, merito della riuscita del trio sta anche nella capacità di Taylor di dare il giusto spazio ai suoi compagni, che si esaltano nei soli e sono stimolati nell’interplay. Questo avviene quanto mai in “Vaguely asian”, uno di due brani di Steve Swallow presenti nel disco, in cui il robusto incedere di Danielsson è accompagnato dalla varietà ritmica messa in campo da Martin. Il CD è chiuso dalla bellissima “Intro to no particolar song”, una delle due composizioni di Kenny Wheeler presenti, brano ormai acquisito nel repertorio di Taylor, amato dal pianista e pertanto soggetto alle mille variazioni che il suo stato d’animo e la sua perizia armonica gli consentono.
06/10/06www.altrisuoni.orgDiego Librando
Angel of the Presence - John Taylor
English pianist John Taylor, who's now in his mid-60s, has worked with a variety of partners on the ECM label. For a while there, he seemed to have nestled comfortably into a particular vibe, generally sounding quiet and lyrical, soft and elastic, not ever really crossing the line. He was quite reliable for that sort of thing, actually. But listening to this new trio release, recorded in late 2004, it's pretty clear that the pigeon has popped out of its hole. When did this happen?

Angel of the Presence is not all that big a surprise in the end, given that Taylor has always had a good ear for trios, especially as regards respect for space among players. The eight pieces on the record (half by Taylor, half by Steve Swallow and Kenny Wheeler) seem to flow together in a stream of passing consciousness, tending toward the lyrical and melancholy. One could probably play this disc at a cocktail party and half the people might not even notice. (They would be the ones listening to each other, not the music.) A note on the back of the box from John Surman actually recommends picking up a “drink of your choice” before listening.

In Swedish bassist Palle Danielsson (another ECM standby), Taylor has found a like-minded spirit with an economical and spontaneous approach. British drummer Martin France sounds a lot like Paul Motian to me, especially the way he colors passing time with figures and detailed accents. They both play enough with time that the pianist gets to assume an important and dynamic role in determining the rhythmic underpinnings of the group.

And more than anything else, that makes this music really exciting to listen to—when you're not having cocktail conversations, anyway—because despite all the space and openness, there's a lot of interesting twists going on all the time in this music, especially with respect to time. The pianist plays like a horn player would when he stretches out into single lines, running ahead or behind the beat but always connecting with it in an intuitive way. When he comps, he provides a rhythmic anchor to allow the other players to fly free, grooving along (as it were) with bunchy chords that vary the harmonic aspect widely.

The music on Angel of the Presence may fall within a pretty narrow emotional range, but the players' spontaneous, dynamic motion within that space sets it apart and makes listening to these eight pieces a mellow and enlightening process of shared discovery. Cheers!
01/11/06AllAboutJazz.comNils Jacobson
Angel of the Presence
British pianist John Taylor has been an active player since the late 1960s with a range of partners including trumpeter Kenny Wheeler, reedman John Surman and drummer Peter Erskine. But, excluding his Azimuth trio with Wheeler and singer Norma Winstone, he has put out few releases as a leader until the beginning of this decade. Still, his manifest presence pervades every recording he's played on. In some cases, like his 1990s work with Erskine and bassist Palle Danielsson, so much so that it’s hard to know who’s really the leader—if, indeed, there is one at all. That very pursuit of collaboration in the purest sense makes Angel of the Presence one of the best piano trio records of 2006. Taylor's 2003 trio recording Rosslyn (ECM), while an undeniably strong effort, was perhaps a little too rarefied for its own good. His dense harmonic approach has always contrasted with a finessed touch, but Rosslyn weighed a little too heavily on abstraction, despite some empathic interplay with bassist Marc Johnson and drummer Joey Baron. Angel reconvenes Taylor with Danielsson, and the same chemistry that elevated their work in Erskine’s trio is at play here. Drummer Martin France will be least-known to those who haven’t got their finger on the pulse of the British scene, but he’s no stranger to Taylor, having worked with him previously on numerous occasions. One of Taylor’s greatest strengths is his ability to apply his sophisticated harmonic mindset to material by others, bringing it completely into his own universe. He’s covered Steve Swallow’s “Vaguely Asian” and “Up Too Late” before, but never in a conventional trio setting. Both groove in their own way, but farther afield of Swallow’s more persistent sense of swing.

Taylor also interprets two Wheeler tunes. While the balladic melancholy of “Sweet Dulcinea” and more optimistic but equally gentle “Intro to No Particular Song” bear the trumpeter’s unmistakable lyricism, there’s greater freedom and interaction, largely due to Danielsson and France’s atypical approach to forward motion.

The balance of the material comes from Taylor’s pen, and his roots in the music of Bill Evans are unmistakable. But so, too, is a modernistic sensibility that finds him in thematic territory that’s less obvious but just as compelling. The bright and swinging “Dry Stone” is a perfect example of Taylor’s ability to take a thematic motif as an improvisational foundation, and evolve it throughout the course of the tune in ways that are unpredictable, yet seemingly inescapable.

While the virtuosity of these musicians is never in question, it’s also never the point. Angel of the Presence succeeds where so many other piano trios fail by creating a distinctive collective sound where solos abound but no single voice dominates.
16/12/06www.allaboutjazz.comJohn Kelman
John Taylor Angel of the Presence
British pianist John Taylor and his trio do indeed bring presence to this disc. It’s a delightful, surprising and thoroughly enjoyable set that shows off Taylor’s gifts. At times plaintive, at others festive, Taylor seldom demands your attention. But he gets it all the same. Take his lines on “In Cologne”. He seems to probe for the melody, then springs up in joy when he finds it. Bassist Palle Danielsson also gets a chance to show his technique in a bravura solo before Taylor emerges from the back-ground to take control once again.
”Sweet Dulcinea” is a gentle and thoughtful tune, and “Fable” gives new meaning to the word mellow, yet neither are ever dull. Taylor seems to always find just the right note in the right place. The same is true on the much more uptempo “Afterthought”, where he demonstrates his technique yet never seems to show off. There’s a playful side to Taylor as well. On “Vaguely Asian”, he reaches inside the piano and strums the strings, again perfectly in keeping with the tune.
The three musicians are in simpatico throughout. Danielsson is one of jazz’s overlooked treasures, his versatility fitting in with a variety of situations, although he’s most familiar as the anchor on a host of ECM recordings by the likes of Jan Garbarek, Bobo Stenson, and especially Keith Jarrett. Drummer Martin France finally gets in his solo on the aforementioned “Afterthought”, but he’s a delight throughout, his touch on both drums and cymbals light and airy.
16/03/07JazzizRoss Boissoneau
JOHN TAYLOR Angel of the presence
Solo, duo, trio, quels que soient la formule ou les partenaires proposes, le pianiste anglais est bel et bien devenu une référence du label italien. Sa marque personnelle demeure intacte: habileté technique, interaction très déliée main gauche-main droite avec toujours cette touche très singulière dans l’étalement luminescent de couches harmoniques. Taylor ne paraît pas du genre à se disperser, à s’abandonner en accords de funambule ou de distraction. Il sait sur son clavier précisément s’orienter. Il excelle à faire jaillir au moment voulu des images nettes, découpées à coup de voicings en pointillé (“Vaguely Asian”). D’autant que, présence d’ange ou pas, il s’affirme une nouvelle fois compositeur prolixe, porteur d’écritures contrastées, serrées (“Afterthought”) ou aérées (Dry Stone). Il bénéficie certes de beaucoup de finesse rythmique, un apport de tous les instants par touches subtiles, façonnage habituel par exemple de la part de Palle Danielsson. Autant dire que le pianiste fait argument d’une sûreté dans la prise de risque au service d’un phrasé inscrit avec détermination. Bien conduit, le trio produit une manière de générosité dans l’art de se livrer. Cela oui, toute mystique évacuée, peut alors relever d’une réelle présence, hors figure surannée d’ange ou de diable quelconque.
10/04/06Jazz magazineRobert Latxague
John Taylor Angel of the Presence
Créée en 2000, la Cam Jazz Collection – on ne peut mieux nommée ! – est basée à Rome. Allez donc faire un tour sur son site (www.CamJazz.com) ça en vaut la peine. Se retrouve là l’essentiel de rencontres discographiques entre musiciens des quatre coins du monde. Certes, il faut trier avec patience, l’excellent se le dispute au pire, mais le catalogue est intéressant. L’album du pianiste anglais John Taylor – dont John Surman vous dira dans le livret tout le bien qu’il pense de lui – secondé par son compatriote Martin France à la batterie et par le très médiatisé bassiste suédois Palle Danielsson pourrait d’ailleurs en être un des fleurons.
Dans une approche qui doit tout à Bill Evans – référence constante aux derniers albums parus chez Warner Bros. – mise superbement en valeur par une rythmique dont les influences tendent, elles à se calquer sur celle de Keith Jarrett – on pourrait avoir plus mauvaises références ! – John Taylor réussit une synthèse originale. Car ce sens de l’espace, ces harmonies subtiles, ce toucher et ce phrasé particuliers d’un côté auquel répond un sens de l’immédiate répartie, de l’à propos – celle de Palle Danielsson fait merveille ! – de la construction en opposition ou en complémentarité de l’autre, permettent toutes les audaces. Et nos trois compères ne s’en privent pas !
Hélas, des huit mélodies mises en exergue par le trio, seules les deux compositions du trompettiste Kenny Wheeler, un moment compagnon de route du leader, émergent du lot. Ni Steve Swallow, pour deux d’entre elles, ni John Taylor pour les quatre autres ne sont pourtant à blâmer. Respect ! Mais ma paire d’oreilles, comme les vôtres d’ailleurs, choisit en toute souveraineté. Et là, hors “Intro to No Particular Song”, la palme revient sans conteste à “Sweet Dulcinea”. La version qu’en propose John Taylor n’a pas à rougir de celle que Bill Evans a enregistrée avec Eddie Gomez pour Fantasy voilà plus de trente ans ! Ce qui ne nous rajeunit pas vraiment !
16/07/06jazz hotJean-Jacques Taïb
JOHN TAYLOR Angel of the Presence
Après “Songs and Variations”, son précédent CD enregistré en solo, c’est en formule trio cette fois que le pianiste anglais John Taylor a décidé de retourner en studio, encadré donc par le contrebassiste scandinave Palle Danielsson et par son compatriote batteur Martin France. Deux musiciens parfaitement à même de se fondre dans l’univers si particulier du clavier préféré de John Surman, lequel affirme dans le texte de présentation imprimé sur le livret que “ce trio est de premier ordre”.
Jugement bateau mais difficile à contredire.
16/06/06EpokL.C.
John Taylor. ‘Angel Of The Presence’
Superbe pianiste ce Monsieur John Taylor, qui possède, à n’en pas douter, un somptueux toucher dans lequel le raffinement est à son comble. Huit compositions de Swallow K. Wheeler et du pianiste qui prouve combien ce trio possède un équilibre parfait. Il faut dire que la contrebasse de Palle Danielsson possède un côté magique et que Martin France est d’une efficacité redoutable, mais, là aussi, dans une élégance raffinée. Un excellent disque qui prouve à quel point ces trois garçons méritent toute notre considération. Amateurs de jazz, vous pouvez vraiment vous laisser aller à l’écouter. Superbe.
10/03/06Jazz Noteseditorial