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Julius Hemphill

JULIUS HEMPHILL

Black Saint BXS 1019

JULIUS HEMPHILL

Artists :
Julius Hemphill ( Alto, Soprano & Tenor Sax, Flute )
Release date
Oct 9, 2012
Barcode
8052405140623

JULIUS HEMPHILL


5 CD box-set


Includes: RAW MATERIALS AND RESIDUALS, FLAT-OUT JUMP SUITE, FAT MAN AND THE HARD BLUES, FIVE CHORD STUD, CHILE NEW YORK.


THE COMPLETE REMASTERED RECORDINGS ON BLACK SAINT & SOUL NOTE is a monographic box-set collection aimed at recounting the most beautiful chapters that revolutionised the history of jazz. A deep philological work, beginning with the original recordings on original master tapes, patiently integrally remastered paying strict attention to sound quality.


Stay closely tuned for more exciting upcoming box-set releases.

Reviews

Julius Hemphill

Ogni tanto varrebbe la pena di soffermarsi sul ruolo svolto dalle label italiane come Black Saint e Soul Note per la valorizzazione dell'avanguardia jazzistica afroamericana degli anni '80 e '90. All'interno di un catalogo d'eccellenza allestito con lungimiranza da Giovanni Bonandrini, trovano così spazio proposte e nomi relegati ai margini dalle major discografiche d'oltreoceano.
Brilla in particolare l'opera solistica di Julius Hemphill (1940-1995), raccolta oggi in un box proposto dalla CAM Jazz. Concentrati lungo un arco temporale che va dal 1978 al 1993, i cinque CD dell'eminenza grigia del World Saxophone Quartet rivelano una linea di ricerca assolutamente personale, oggi divenuta moneta corrente del jazz. A partire dal minimalismo sonoro di Raw Material and Residuals, sono opere che hanno lasciato frutti duraturi nel raccogliere l'eredità di Dolphy e Mingus. Vi si ritrova il testamento più lucido di un musicista geniale quanto sottovalutato, che pensava al jazz e alla sua storia da una prospettiva del tutto particolare. Si pensi all'inclusione del violoncello al posto del contrabbasso per alleggerire uno spazio sonoro aperto a soluzioni cameristiche, spesso in simbiosi con percorsi dionisiaci ed urlati. È una musica variegata, che non si lascia imbrigliare dalle griglie estetiche più sclerotizzate sia del free storico che del camerismo post-free.
Analizzati nell'insieme, i cinque CD dimostrano come l'avanguardia afroamericana degli anni '80 non fosse riconducibile ad un unico comune denominatore stilistico ed espressivo. All'interno di questo movimento Hemphill si distinse per l'assoluta libertà di muoversi entro un vasto spettro espressivo, oggi di profetica attualità. Soprattutto le quattordici tracce di Fat Man and the Blues ribaltano il falso assunto di una critica che poneva l'accento sul preminente aspetto improvvisativo. Qui l'elemento chiave dell'articolazione sonora risiede nell'aspetto compositivo, peraltro ricco di rimandi più ad Ellington che non a Braxton o Roscoe Mitchell. Ciò che oggi colpisce all'ascolto è una profonda aderenza ed il senso di continuità nei confronti di una tradizione bluesy e churchy, debitamente riattualizzata con rapsodica libertà.
In altri episodi (Flat-Out Jump Suite, Chile New York) le geometrie divengono più astratte per essere sviscerate attraverso cellule ritmiche disposte ad incastro e volare verso territori timbrico-armonici di inusitata visionarietà . Qui il sax del leader diviene antropico nel tendere verso registri estremi, al servizio di una musica ambrata e obliqua. In Five Chord Stud si assiste ad una vivace riattualizzazione del Word Saxophone Quartet, con esorbitanti spunti polifonici e contrappuntistici alternati all'improvvisazione collettiva. Il disco è altresì importante per aver riunito alcuni degli eredi (Tim Berne, Marty Ehrlich) più fecondi delle idee hemphilliane, ai quali la scrittura del leader infonde stimoli policentrici ed una intensa espressività. Ne vien fuori un'impeccabile struttura tubolare con le linee sovrapposte o incrociate perpendicolarmente delle sei ance, sotto la guida tellurica e magmatica del leader, concentrato esclusivamente sulla direzione del discorso sonoro. Le otto tracce di questo capolavoro - come del resto quello di tutto il cofanetto - possono essere elevate a simbolo di una progettualità visionaria, rivolta verso traiettorie non di sintesi ricche di ricerca e tensione.

22/5/2013italia.allaboutjazz.comMaurizio Zerbo
Julius Hemphill

Il fatto di condividere la cittadinanza con Ornette Coleman ha di certo influito sulla formazione musicale di Julius Hemphill, entrambi nati a Fort Worth, Texas: il primo nel 1930, il secondo nel ’38. Hanno purtroppo fatto i conti, come tutti i neri del meridione degli States, anche con l’intolleranza razziale di casa in quelle zone, che ha senz’altro contribuito a forgiarne i caratteri, a indurirne lo sguardo, inducendoli ad assumere quale auto-difesa preventiva un atteggiamento scontroso. Nonostante la prematura scomparsa, avvenuta nel ’95, il sassofonista, flautista e compositore ha lasciato ampie tracce della sua avanzata concezione del jazz libero.
Questo box, appartenente all’ultima emissione della CAM Jazz, sunteggia la statura di creatore e agitatore di Julius Hemphill, riproponendone i cinque album incisi da leader su Black Saint tra il 1977 e il ’93 (è escluso il materiale realizzato con World Saxophone Quartet, inserito in un cofanetto a parte). Ecco i titoli: “Raw Materials And Residuals”, “Flat Out Jump Suite”, “Fat Man And The Hard Blues”, “Five Chord Stud”, “Chile New York”. Gli organici vanno dal duo al trio, dal quartetto al sestetto. Oltre al fraseggio futuristico, intriso di intervalli post-dolphiani, sorprende la visione d’assieme di Hemphill, la colta capacità di organizzare ciascun organico architettando partiture mirate a esaltarne le peculiarità. Brillano perciò la scrittura, gli arrangiamenti plastici e sinuosi, l’alternanza di umori, ora graffianti e aleatori (duo, trio, quartetto), ora pregni di atmosfere contemporaneo-cameristiche e/o di impasti cari alle gloriose big band (sestetto). Splendidi i partner, da Tim Berne a Marty Ehrlich, da James Carter a Olu Dara, da Warren Smith a Don Moye.

31/1/2013Audio ReviewEnzo Pavoni
JULIUS HEMPHILL

Des cinq disques enregistrés par Julius Hemphill sur Black Saint entre la fin des années 70 et le début des années 90, trois sont véritablement marquants et ont traversé les décennies sans prendre de rides. On exceptera donc “Flat-Out Jump Suite” enregistré en 1980 en quartette avec Olu Dara (tp), Abdul Wadud (cello) et Warren Smith (perc.), où Hemphill passe de la flûte au ténor et “Chile New York” où, la même année et en duo avec Smith, le souffleur ajoute l’alto et la voix à sa panoplie sans convaincre davantage. Deux ans plus tôt, avec Wadud et Don Moye (perc.), Hemphill gravait par contre à l’alto et au soprano un de ses chefs d’œuvre: “Raw Materials And Residuals” dont la fulgurance et la poésie restent parfaitement d’actualité. Quant aux derniers disques en sextette de saxes - dont un où le leader, malade, se contente de diriger sa musique - ils laissent entendre une musique d’une remarquable densité, traversée par le blues qu’elle digère et transcende, et servie par des émules d’Hemphill qui feront par la suite leur chemin (quand il n’ont pas déjà entamé la démarche). En vrac: Tim Berne, James Carter, Marty Ehrlich, Fred Ho… Soit un témoignage d’une période clé d’un compositeur et saxophoniste qu’on aura garde de ne pas réduire à sa participation au World Saxophone Quartet. Ce qu’il écrivit pour ensemble de saxophones sur “Fat Man and the Hard Blues” et “Five Chord Stud” vole bien au-dessus du répertoire du célèbre quatuor qu’il honora de sa présence pendant plus de dix ans.

7/1/2013Jazz MagazineThierry Quénum
Julius Hemphill

A box set of recordings by the late saxophonist Julius Hemphill reasserts his position in the front line of the black avant garde.
Julius Hemphill’s membership between 1976-89 of The World Saxophone Quartet, which was that most unusual things, a commercially successful avant garde jazz group, has tended to overshadow his status as one of black America’s greatest 20th century modernists.
…The earliest of the five albums contained in this box set, Raw Materials And Residuals, was recorded in 1977 during the twilight of the lofts. As much as Suicide’s first album, also produced in 1977, it now feels like a quintessential document of a particularly tense New York moment. Taped at the end of a year marked by the Son of Sam murders, the burning of the Bronx and the citywide blackout, the searing multidirectional melodic and rhythmic attack of Hemphill’s alto, Abdul Wadud’s cello and Famodou Don Moye’s array of Sun Percussion enact a sonic analogue of a city wired on claustrophobic nervous energy.
Three years later, Hemphill e Wadud were on the outskirts of Milan, with drummer Warren Smith and trumpeter Olu Dara. Like many of their contemporaries, they had come to Italy to record at the Barigozzi studios of Giovanni Bonandrini’s Black Saint and Soul Note labels, which since the mid-70s had provided a European refuge for musicians whose art brought little honour back in Amerikkka. Perhaps as a consequence, the music on Flat Out Jump Suite, despite that title, is more reflective and expansive, though no less compelling, for this is still an art of exiles, and on “Mind (First Part)” and “Body” especially, one that is suffused with the blues.
By 1980 Hemphill and Smith were back in New York where they recorded Chile New York: Sound Environment, the sonic component in a still existing sculptural installation by ceramics and visual artist Jeff Schlanger which was exhibited in response to the 1973 CIA-backed coup which overthrew Chile’s democratic socialist government, led by Salvador Allende, and installed the military dictatorship of Augusto Pinochet. In a space charged with reverb and punctured by Smith’s dramatic interventions on timpani, vibes and tuned percussion, Hemphill’s overdubbed saxophones and flutes vocalise long ribbons of melody that weep and moan and fray at the edges. Ripped out of context, the music sounds abstract but deeply felt, and the project restated Hemphill’s commitment to the kind of politicised public intermedia art he had once made under the auspices of BAG.
A decade later, Fat Man And The Hard Blues (1991) and (1993) were recorded in more prosaic circumstances, after Hemphill had been ejected from the WSQ and formed a new saxophone sextet. As a consequence it’s hard not to hear both records as a continuation by other means of the WSQ’s dynamic raids on the blues continuum – this is vivid, intense music animated by swaggering R&B, swing-era saxophonics, eerie spirituals and dissonant multiphonics. Due to ill health, including diabetes and a heart condition, Hemphill conducted but wasn’t able to play on Five Chord Stud. He died in 1995 aged 57.

2/1/2013The Wire MagazineTony Herrington
Julius Hemphill

Les amateurs de free jazz et de musiques improvises ne sont pas oubliés dans cette valse des coffrets. Les labels indépendants italiens Black Saint et Soul Note, fondés dans les années 70 et longtemps références en la matière, rééditent ce mois-ci quelques-uns des plus passionnants musiciens de leurs catalogues, de George Lewis à Muhal Richard Abrams, en passant par le grand saxophoniste texan Julius Hemphill. Entre 1977 et le milieu des années 90 (Hemphill disparaît en 1995), le fondateur du World Saxophone Quartet, ex-complice d’Ike Turner à ses tout débuts, d’Anthony Braxton mais aussi de Björk sur le premier album solo de la chanteuse islandaise, devait enregistres cinq pépites, gorgées de blues et d’audace, cinq disques pas toujours faciles à trouver, ici réunis pour la première fois, et à vil prix. Pas d’hésitation…

1/12/2012Rolling StonePhilippe Blanchet
Julius Hemphill

Julius Hemphill, sax altier et texan, membre du Back Artists Group et éminence du World Saxophone Quartet, disciple d’Anthony Braxton et tuteur de Tim Berne. Un nom que le jazz a oublié de ses tablettes. Un son pétri de blues, des créations aux avant-postes. En 1977, Raw Materials And Residuals en est la primale manifestation, Abdul Wadud et Don Moye au diapason, une extension du domaine de l’improvisation qui s’appuie sur une écriture serrée. Ce que redit en 1991 le séminal The Fat Man And The Hard Blues. Six saxophonistes – dont James Carter – soufflent doucement, férocement, dans les bronches d’une Amérique malade, un feu alimenté par l’incendiaire leader, qui s’éteindra quatre ans plus tard. Qu’on s’en souvienne.

1/12/2012Rolling StoneJacques Denis