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Fabio Giachino

At The Edges Of The Horizon

Cam Jazz CAMJ 7954-5

8052405143891 - At The Edges Of The Horizon - CD

Artists :
Luca Begonia ( Trombone )
Paolo Porta ( Tenor Sax, Bass Clarinet )
Fabio Giachino ( Piano, Electronics )
Davide Liberti ( Double Bass )
Ruben Bellavia ( Drums )
Gianni Virone ( Tenor Sax, Bass Clarinet )
Cesare Mecca ( Trumpet )
Giulia Damico ( Vocal )
Release date
Sep 27, 2019
Duration
0:46:00

Award-winning pianist and leader Fabio Giachino expands his vision in a new CAM JAZZ recording that sees him translate his solo and trio language onto a larger canvas. Half of the tracks on At The Edges Of The Horizon are for an expanded group with horns, and yet the whole disc, trio tracks and septet tracks, has a consistency and clarity of approach that will be familiar to those who’ve encountered Giachino’s music before. The writing is strong and confident, with rhythm an essential component of each composition, not just its vehicle. Playing partners Davide Liberti and Ruben Bellavia don’t just undertake bass-and-drums duties, but are integral elements of a collective sound that is quite different (in a sense, more old-fashioned, but for that reason also forward-looking) from the run of impressionistic jazz piano trios that crowd the current market. Best heard as a continuous suite of compositions touching on similar themes and ideas, At The Edges Of The Horizon is one of the stand-out albums of 2019, a record not just to sample momentarily but to absorb over time. Its energy and warmth are immediately obvious; its subtleties emerge over repeat plays. An essential contemporary performance. (Brian Morton)


On track #9: Giulia Damico (vocal) 
On tracks # 1,2,7,8,10:
Gianni Virone (tenor sax, bass clarinet), Paolo Porta (alto sax), Luca Begonia (trombone), Cesare Mecca (trumpet)

Recorded in Torino in June 2019 at Riverside Studio by Alessandro Taricco

Photos by Matteo Rebuffo
Cover photo by Elisa Caldana

Liner notes by Brian Morton

Reviews

Fabio Giachino - At The Edges Of The Horizon

Dinamico, funky, corposo nel suono e nei colori, ritmico e comunicativo, sono i termini che potremmo usare per definire l'ultimo progetto di Fabio Giachino, pianista virtuoso e compositore di larghe vedute. Parliamo di un disco, At The Edges Of The Horizon, che rilegge in maniera moderna un jazz che si pone a cavallo tra post bop e mainstream di qualità. Evidenti sono anche le iniezioni funky ed elettriche che Giachino immette nelle vene delle sue composizioni per dargli un'apertura solare e brillante come già compare nel brano d'apertura e title track, oppure in Grimilde's Mirror. Inoltre usa la forza dei fiati come se fosse una big band (Don't Try This At Home), per ampliare il raggio d'azione dei suoni e saturare quanto più possibile di note lo spazio. Il pianista da anche spazio al lirismo ed alla poesia con una splendida ed impalpabile ballad eseguita in trio e intitolata Cold Coffee. Liberti e Bellavia danno un contributo rilevante sia in termini di fantasia che di spinta ritmica sostenendo ad ampio raggio la creatività di Giachino. Come trio sono ormai telepatici e questo da una sorta di leggerezza alla musica, che fluisce con apparente semplicità e immediatezza. Consigliato!

jazzconvention.net16/2/2020Flavio Caprera
Fabio Giachino: un trio che si allarga

L’ormai maturo pianista Fabio Giachino allarga il suo trio con questa nuova uscita per la Cam Jazz. Il suo rodato trio, formato da Davide Liberti al contrabbasso e Ruben Bellavia alla batteria si allarga con la presenza di una sezione di fiati che lo accompagna in diverse tracce: Gianni Virone al sassofono tenore e al clarinetto basso, Paolo Porta al sassofono contralto, Luca Begonia al trombone e Cesare Mecca alla tromba. Le dieci tracce sono frutto dell’estroverso pianista piemontese. Si coglie anzitutto la voglia di confrontarsi con un ensemble allargato per sfruttare e giocare con l’orchestrazione e le armonie. In At The Edges Of The Horizon, che apre l’album, l’attenzione è concentrata sulle armonizzazioni dei fiati e l’introduzione, discreta, dell’elettronica. Kcihc Aeroc si diverte a giocare con sonorità R&B, Soul e Funk. Se Cold Coffee è un ballad piacevole dal sapore vagamente intimistico, Bread Way è un brano veloce dal carattere funky aiutato anche dal timbro del contrabbasso molto rotondo e compresso (che ricorda quasi un basso elettrico) Bellavia si muove con maestria con tempi dispari e grande swing. Il pianista sfoga tutta la sua bravura sulla tastiera con grande gusto, velocità e uno stile pianistico originale che lo contraddistingue. Se Grimilde’s Mirror è caratterizzata da un uso massiccio di elettronica con suoni e timbri anni 70, Don’t Try This At Home si apre con i fiati che suonano in libertà, successivamente la traccia, con un ritmo latineggiante, confonde le carte in tavola con interessanti polifonie tra gli ottoni, veloci scambi tra batteria e piano: un brano in equilibrio sospeso. Anche Abstract Orbit, con cui termina l’album, offre spunti interessanti sia nelle armonizzazioni dei fiati che nell’atmosfera prettamente funky. Giachino esce dal suo trio per proporre un ottimo progetto offrendo attenzione e capacità compositive d’arrangiamento di ottima qualità.

13/2/2020traccedijazz.comNicola Barin
At The Edges Of The Horizon

Fabio Giachino nasce come organista classico, e questa impronta-ombra lo accompagna anche qui. Del ruolo dell’organo, strumento della collettività che unisce e accompagna l’assemblea dei fedeli, Giachino conserva la significativa spinta a lavorare sul senso di comunità e di assimilazione condivisa. Per lui, il rapporto con i bassi è fondamentale perché serve un centro gravitazionale sul quale poggiarsi; la mano sinistra è pari a quella destra. Da qui la complicità con Davide Liberti e Ruben Bellavia, che è qualcosa di prezioso e indissolubile («Bread Way»). Dall’altro lato, ci si accorge anche della precisione e della coloristica che Fabio utilizza negli arrangiamenti dei quattro fiati ospiti del disco. Inserti strategici ed esteticamente fulminanti, che rivelano la sensatezza orchestrale che scorre nella penna del leader. L’attenzione al ritmo non è da meno, perché Fabio non sta «sulla» pulsazione ma si muove al suo interno. Una lezione appresa da Fred Hersch, attento interprete della geometricità di Thelonious Monk. Dunque, Giachino è in parte monkiano nell’organizzare le misure con cadenze frastagliate e, in parte, guarda a Bud Powell: agilità nell’articolazione del tocco, abbellimenti, nessuna sporcatura. Questo disco è figlio della grande tradizione del jazz, con un’elettricità nervosa che si lascia facilmente apprezzare: da «Kcihc Aeroc» (si legge Chick Corea) dove il latin tinge incontra un mood vicino a Buddy Rich a «Cold Coffee» (dotata di una linfa melodica vitale e scavata) a «Grimilde’s Mirror», dove è invece un’idea di progressive jazz a farsi largo tra le maglie della scrittura.

3/2/2020MusicaDavide Ielmini
Fabio Giachino At The Edges Of The Horizon

Si immagini un piano inclinato. Piano non pianoforte. E si vagheggino delle note che sul quel piano scivolano giù via, attratte da forza gravitazionale. Ecco. Nell’album At The Edges Of The Horizon (CamJazz) la musica di Fabio Giachino, del suo piano, pianoforte non piano, sdrucciola via “in pendenza”, guizzante di forza espressiva fatta di strapiombi di scale, clusters a cascata, vortici armonici, addizionata di propulsioni ritmiche, pulsioni improvvisative, compulsioni virtuosistiche, EnerJazz, sempre che questo neologismo sia ammesso dalla Crusca. A tratti richiama Oscar Peterson ma poi, elaborando la lezione di Fred Hersch, suo maestro, dato che implica intensità melodica e profondità acustica, si richiude pensoso a mettere a punto il da farsi per sé e per il Trio, formazione chiave per i suoi grappoli di note. Il combo dal canto suo funziona come gli ingranaggi di un orologio di marca, con Davide Liberti al contrabbasso e Ruben Bellavia alla batteria, un meccanismo oliato che non sgarra di una croma. E si trasforma in settetto in alcuni brani cioè col supporto di 4 fiati (Gianni Virone e Paolo Porta, sax; Luca Begonia, tr.ne; Cesare Mecca, tromba). “Musica che emoziona” annota nelle liner notes Brian Morton. Musica che, varia e inedita qual è, pare originarsi sulla linea “ai confini dell’orizzonte”.

14/11/2019musicanewsAmedeo Funari
Fabio Giachino At The Edges Of The Horizon

Se qualcuno avesse mai la tentazione di parlarne ancora come di un talento precoce, questa che Fabio Giachino gli offre potrebbe finalmente essere l’occasione buona per spingerlo a rivedere l’obsoleta definizione e a promuoverlo senza ulteriori indugi tra le eccellenze della scena jazz italiana e continentale. Al di là del virtuosismo tecnico, come non rimanere ammirati dall’autorevolezza di arrangiatore e bandleader che il pianista piemontese sfodera lungo i dieci episodi di At The Edges Of The Horizon? E poi della grande versatilità della sua scrittura, dote che qui risalta sia nei brani in trio sia in quelli che lo vedono alla testa di una formazione allargata ad una sezione fiati. Album sfavillante.

4/11/2019rockerilla.comElio Bussolino
«At The Edges Of The Horizon». Intervista con Fabio Giachino

Nuovo album per il pianista e compositore piemontese che, al suo trio, affianca anche una sezione fiati.
Fabio, un disco che parte con una serie di omissioni. In nessuna parte delle notizie che si possono attingere dalla custodia del disco, né all’interno si fa menzione del fatto che, oltre al trio, con voi suonano una sezione fiati e, in un brano, c’è la voce di Giulia Damico; così come non menzioni che utilizzi anche l’elettronica. Scherzi a parte, perché hai voluto tacere tutto ciò?
In realtà i nomi dei musicisti sono ovviamente tutti indicati all’interno del libretto, e ci tengo a citarli anche in questa sede: Cesare Mecca, Paolo Porta, Gianni Virone, Luca Begonia, Giulia Damico. Colgo l’occasione per precisare che il lavoro è in trio e che tutti gli strumenti acustici e i suoni elettronici aggiunti hanno esclusivamente funzione di colorare e arricchire la tavolozza sonora dell’album, mai come solisti. Inoltre la linea grafica e la distribuzione dei contenuti di un disco non dipendono dall’artista ma dall’editore, con il quale in questo caso si è ritenuto più opportuno mantenere il lavoro a mio nome (non è indicato neanche Fabio Giachino Trio) per evitare confusioni varie sul progetto, con la citazione fondamentale di Davide Liberti e Ruben Bellavia in copertina in quanto membri stabili della band.
A ogni buon conto, perché hai voluto una sezione fiati?
Ho realizzato diversi dischi in trio negli anni passati, inoltre il lavoro realizzato con i danesi (tre anni fa) mi ha aperto nuove strade, ho appreso come lavorare con una ritmica di base introducendo altri strumenti e ospiti a seconda delle necessità espressive. «At The Edges Of The Horizon» è questo, una visione in espansione del mio mondo musicale attuale; amo comporre e scrivere per organici più o meno ampi, la sezione fiati mi ha dato il giusto apporto in questo lavoro che volevo completamente diverso rispetto agli altri del passato.
La prossima volta toccherà a un’orchestra?
Ho già diversi lavori orchestrali pronti per essere registrati che ho realizzato in modo più o meno saltuario anni fa, sicuramente tra i prossimi progetti ci sarà anche un quartetto d’archi con alcuni ospiti. Vedremo le possibilità che si presenteranno.
Orbit, space, horizon. Un disco che, dal punto di vista tematico, sembra aver subito una fascinazione per lo spazio, per terreni inesplorati. Era questo il tuo obiettivo artistico?
Subisco da sempre il fascino per l’universo insieme ai suoi misteri ed è normale che la mia musica ne venga influenzata. I titoli, per me, tracciano un concept nell’album che è strettamente correlato al titolo del disco. Più che di un obiettivo parlerei di ispirazione o immagine, l’orizzonte in questo caso è un punto di partenza che mi suggerisce le idee musicali sulle quali scrivo la mia musica.
Così come risuona un paio di volte la parola edge. Quale significato attribuisci a questo termine?
Credo che in questa parola si nasconda uno dei significati più profondi legati alla musica, all’improvvisazione, e alla vita in generale. Le estremità, i bordi, margini, ma anche i confini e i contorni… concetti che generano domande come: Fin dove mi posso spingere? Quali rischi sto correndo? Riuscirò a cadere in piedi? A tratti una sfida forse ma anche una scoperta continua, con e di me stesso.
Un lavoro che, musicalmente, ha più fili conduttori: dal senso orchestrale tipico di un certo jazz di qualche decennio fa, al lavoro in trio che spinge verso un sound di matrice statunitense, a sprazzi di jazz mainstream, fino a tensioni di matrice nordeuropea. Qual è la via maestra di Fabio Giachino?
Difficile dirlo, nasco come organista classico ma suono il pianoforte, amo l’improvvisazione in tutte le sue forme non solo quella jazzistica, allo stesso tempo sono appassionato di musica elettronica e lavoro come producer sia in studio che live. La via maestra per me è una condizione, è il senso di libertà che ho quando posso lavorare alla mia musica, è un processo evolutivo di crescita che alimento e ricerco assiduamente affinché i vari fili conduttori vengano avvolti in un’unica matrice espressiva capace di vestire le mie idee a seconda del gusto e dello stato d’animo che vivo nel presente.
Fabio, cosa ti aspetti da questo disco?
Le aspettative spesso generano ansia oltre ad essere strettamente correlate alle incertezze, l’esatto opposto di quello che mi interessa ora. Nessuna aspettativa particolare perciò, ho fermato un momento per me artisticamente importante e avevo esigenza di comunicarlo. Inutile dire che, nel caso in cui la prospettiva attuale del mio percorso artistico riuscirà a coinvolgere emotivamente il numero maggiore possibile di persone, ne sarei profondamente lusingato ed emozionato di conseguenza.
Parliamo dei tuoi sodali, Davide Liberti e Ruben Bellavia; compagni ai quali sembra tu non riesca a fare a meno. Quando e come vi siete conosciuti e come è nata l’idea di questo trio?
Circa una decina di anni fa in alcune session ho incontrato Ruben, ci siamo trovati bene sia sul piano umano che musicale e abbiamo cominciato a suonare insieme condividendo diversi gruppi finché non abbiamo incontrato Davide una sera in una session con molti altri musicisti. Con lui è scattato qualcosa di particolare, una sinergia e un’intensità impossibile da descrivere (almeno per me!) se non con la musica, da quel momento abbiamo proseguito.
Quando componi parti da un’idea musicale o da un concetto più materiale?
Dipende, a volte hai una melodia o sequenza di accordi che ti gira in testa per giorni nell’attesa di essere scritta, a volte invece visualizzi immagini e paesaggi che non aspettano altro di essere descritti con le note. Per me è importante avere un’esigenza e un’ispirazione dalla quale trarre spunto, l’idea è la reale parte «geniale» della composizione che può arrivare in qualunque momento, lo sviluppo e tutto il resto restano pura logica/formale/matematica (la adoro).
Il compositore che vorresti incarnare…
Nessuno, ma proprio nessuno! Ciascuno ha espresso la propria vita in musica nel bene e nel male e come tale deve rimanere unico ed immortale. Sono legato indissolubilmente ai grandi del passato, come Prokofiev, Messiaen, Brahms, Bach, Vivaldi ma non vorrei mai incarnarli. Io sono qui ed ora e non vorrei essere nient’altro. Tra tutti gli attuali, provo molta stima nei confronti del compositore e musicista Gabriele Roberto.
Chi è il pianista del quale conservi più dischi?
Probabilmente Bill Evans, se non ricordo male ho l’integrale tutta in cd fisici.
Fabio, è difficile essere giovane, musicista e, per giunta, jazzista in Italia?
Per quanto ci siano molte cose che non mi piacciano e non funzionino io parlo da «fortunato», con il tempo e praticamente dal nulla (sono originario della campagna piemontese e di famiglia contadina) ho avuto la possibilità di formarmi musicalmente e di costruire poco per volta il mio percorso artistico, collaborazioni, incisioni, tour italiani ed esteri, etc. etc., oltre a lavorarci tutt’ora. Nonostante ciò, è impossibile non notare un disagio diffuso legato agli spazi e risorse disponibili nettamente inferiori rispetto all’offerta di musicisti sempre crescente nel tempo, senza contare le situazioni di chi ha spesso la precedenza rispetto ad altri non tanto per meriti artistici ma perché suona nel gruppo di, è figlio di. Sì, secondo me è difficile, ma non solo in Italia, ovunque.
Dove potremo ascoltare dal vivo questo tuo ultimo lavoro discografico?
Le date del tour di presentazione sono in continuo aggiornamento, vi rimando al mio sito www.fabiogiachino.com per il calendario completo. Tra le varie città che toccheremo segnalo in particolare Roma, Urbino, Milano, Pavia, Verona, e Cagliari.
Cosa è scritto nell’agenda di Fabio Giachino?
Una traccia di quello che sarà la mia giornata con gli impegni più importanti e stop, il resto dello spazio e tempo disponibili sono indicati in bianco, delegati liberamente allo studio e alla ricerca personale e musicale, finché l’orizzonte non scandisce il termine e l’inizio di un nuovo giorno.

8/10/2019musicajazz.itAlceste Ayroldi