John Taylor

2081

Cam Jazz CAMJ 7889-5

8052405141712 - 2081 - CD

Artists :
John Taylor ( Piano )
Oren Marshall ( Tuba )
Alex Taylor ( Vocal )
Leo Taylor ( Drums )
Release date
Sep 8, 2015
Duration
0:48:07

“A family project” is how Alex Taylor, singer-songwriter as well as John’s son, labels the English pianist’s latest album. And that is exactly what it is, considering that John, who wrote the music, and Alex, who wrote and sang the lyrics, are joined by Leo Taylor on drums. Oren Marshall on tuba, whose surname is not Taylor but who is most assuredly very close to the Taylor family, completes the quartet.  Together they recorded the album entitled “2081” drawing inspiration from Kurt Vonnegut’s short story “Harrison Bergeron”, published in 1961. John Taylor was commissioned to write the music to this album by BBC Radio 3 for the Cheltenham Jazz Festival. Originally written for octet, it was then readapted for the “2081” quartet. Alex explains: “Vonnegut’s story depicts a dystopian future in which everyone is equal. Nobody is allowed to be smarter, better looking or more physically able than anyone else. Those individuals who are gifted with intellect, talent and so on are made to bear ‘handicaps’”. At times, John Taylor’s musical realm is reassuring and consistent with his own standards, while, at other times, it conveys the mysterious, unsettling future depicted by Vonnegut, by pursuing a hybrid sound, mingling jazz, pop and the soundtrack mood. This pursuit definitely benefits from the sonic scenarios opened by Marshall’s tuba, as well as the Leo’s drumming style (already launched on a brilliant career on the indie-rock scene with his band The Invisible), who very often introduces modern, offbeat hypnotic rhythms here. Alex further explains: “I wanted to be able to tell a love story within the world Vonnegut created, from a standpoint external to the novella but very much in that theme”.


DownBeat Magazine: Best Album (2016)


Recorded and mixed in Ardingly, West Sussex on 25-27 November 2014 at Curtis Schwartz Studio
Recording & mixing engineer Curtis Schwartz


Photos by Andrea Boccalini


Liner notes by Brian Morton


Note: This album had just come off the press and the release wheels were in motion when we received the tragic news of John Taylor's sudden passing, in July 2015. Distraught, we debated at length whether to halt and postpone its release to an undetermined date. We shared our thoughts with John’s family and together decided to issue the album, as a celebration of his life and Art. (CAM JAZZ Staff)

Reviews

John Taylor 2081

La suite in sei movimenti contenuta in “2081” è stata commissionata nel 2012 dalla BBC Radio 3 per il Cheltenham Jazz Festival, in occasione del settantesimo compleanno di Taylor. L’ispirazione viene dal racconto Harrison Bergeron di Kurt Vonnegut, che descrive un futuro distopico, in cui cittadini americani sono costretti a essere uguali, in tutto e per tutto, comprese bellezza, intelligenza, forza fisica; tutti gli individui al di sopra della media vengono forzatamente dotati di “handicap” psicofisici. Sebbene scritta in origine per ottetto, la musica è qui riadattata a un quartetto, nel quale intervengono i due figli del pianista, Alex e Leo, entrambi avuti dal suo primo matrimonio con Norma Winstone. Alex ha anche scritto il testo di cinque dei sei brani (solo DMG ha parole scritte da John Taylor stesso), che in realtà si ispirano solo vagamente al racconto originale, traendone brevi suggestioni liriche. L’insolita formazione, con il suono grasso della tuba di Oren Marshall al posto del contrabbasso, conferisce una nota sonora particolare al gruppo, a cui contribuiscono anche la voce di Alex Taylor, dal timbro leggermente fumoso, e la ritmica tanto efficace quanto discreta di Leo Taylor. Il leader, da parte sua, è in splendida forma, con uno stile allo stesso tempo lirico e dinamico, con le sue intricate armonie, i suoi giochi con i tempi dispari e le sue inconfondibili frasi dalla logica complessa ma implacabile.

17/2/2016JazzitSergio Pasquandrea
La distopia in quartetto, anno 2081

Ci sono dischi che invitano all’ascolto non soltanto per i musicisti che vi suonano, ma anche per la loro genesi, per l’idea che li ha generati, guidando l’ispirazione. 2081 di John Taylor (CAM JAZZ) è uno di questi. Uscito postumo (il pianista è scomparso nel luglio scorso quando l’album, registrato nel novembre 2014, era in fase di pubblicazione), il disco sviluppa musicalmente il racconto Harrison Bergeron scritto da Kurt Vonnegut nel 1961. Una storia, ambientata appunto nel 2081, che racconta di un futuro distopico, in cui tutti gli uomini devono essere uguali e nessuno può avere talenti e qualità personali, dalla bellezza all’intelligenza alla cultura, cosa che viene invece considerata un handicap. Scritta su commissione di BBC Radio 3 per essere presentata al Cheltenham Jazz Festival, è dunque una musica evocativa, quasi per immagini, che affascina e chiede attenzione, una musica dove all’ottetto per cui era stata composta, si è sostituito un quartetto, una sorta di riunione di famiglia, cui partecipano i figli dello stesso Taylor, Alex (cantante e autore di testi) e Leo (alla batteria), affiancati alla tuba dall’amico-“zio” Oren Marshall. Sei brani in tutto dove il pianoforte del jazzista inglese diventa il filo rosso – il filo della narrazione – sul quale si sviluppa la storia d’amore raccontata dalle liriche. Scenari, a volte cupi e tormentati, a volte più sfumatamente romantici, che passano – come quadri di un’esposizione, come fotogrammi di un film – da atmosfere urbane (Dmg) a riflessioni più intimiste (Deer On The Moon, forse il brano più intenso dell’album). Il jazz diventa così il linguaggio, la prosa con la quale i quattro (ri)scrivono la storia di Vonnegut, trasformandola in note e parole, in voce e suoni. In un amalgama perfetto, che vive in sé, anche lontano dalle pagine del libro che lo ha ispirato.

12/2/2016Sette - Corriere della SeraLorenzo Viganò
John Taylor 2081 - Choc of the Year

Espérant qu’il ne sera pas oublié, j’ai finalement écarté “Tokyo Adagio” de Charlie Haden / Gonzalo Rubalcaba, pour lui préférer “2081”, album posthume et inattendu de John Taylor (décédé le 18 juillet) dans lequel, entouré de ses deux fils, Alex (chant) et Leo (batterie), et d’Owen Marshall au tuba, il met son merveilleux piano au service d’un opéra de poche inclassable relevant autant du jazz que d’une pop music typiquement britannique.

2/2/2016Jazz MagazinePierre de Chocqueuse
JOHN TAYLOR 2081

”2081” ist ein Projekt , das die Erzählung ”Harrison Bergeron” von Kurt Vonnegut umsetzt. Eine gesellschaftliche Utopie und eine Love Story mit der Menschheit im Zentrum. Die Auftragsarbeit für das Cheltenham Jazz Festival 2012 wurde Ende November 2014 für das italienische Label Cam Jazz aufgenommen, ein gutes halbes Jahr vor dem Tod des britischen Pianisten. Das Besondere an diesem Projekt ist die Tatsache, dass es ein familiäres ist, featuring ”Cousin” Marshall, der sich bestens in den Kontext einfügt. Die Gesangstexte stammen von Sohn Alex, bis auf eine Ausnahme, die John signiert hat. Alex singt sie auch und versucht selbst bei seinen eigenen Intuitionen nahe an der utopischen Welt des Textes von Vonnegut zu bleiben. Die Stimmung ist etwas melancholisch und lässt in mir entfernt Erinnerungen an literarisch motivierte Rockalben der Siebzigerjahre aufkommen. Nur mit Rock hat es nichts zu tun. Da ist das inspirierte, ebenso differenzierte wie immer im Dienste der Verse stehende Pianospiel von John Taylor, die zwischen Rhythmus-Section und impressionistischen Eskapaden oszillierende Tuba von Oren Marshall sowie die dezent zurückhaltende Arbeit von Sohn Leo Taylor am Schlagzeug. Es ist nicht nur ein kleines familiäres Vermächtnis entstanden, auch für die Freunde von John Taylors Musik ist diese CD ein Album, das schmerzlich an den Verlust des grossen Musikers und Menschen erinnert.

20/1/2016Jazz’n’MoreRuedi Ankli
2081

John Taylor, pianista di Manchester ci ha lasciati il 17 luglio scorso, a 73 anni, nel pieno di un’attività creativa che ne aveva rilanciato lo stile complesso, grazie al passaggio alla CAM, come mostrano gli ultimi due cd, 2081, in quartetto con voce, tuba, batteria ispirato a un racconto di Vonnegut e in duo per On The Way To Two co-firmato da Kenny Wheeler (tromba e flicorno) dal lungo sodalizio: in organici pur differenti si riscontra e soprattutto si ascolta lo straordinario lavoro tayloriano sull’intera scala jazzistica con forti influenze classiche, grazie a una spinta ritmica affinata è una sensibile armonica larghissima. In 2081 emergono il coté sperimentale legato al tema fantascientifico, mentre in On The Way To Two si continua a dialogare mediante immagini di neo romanticismo.

16/1/2016Alias - Il ManifestoGuido Michelone
Chocs 2015: 13 disques très regardés

Une année piano bien sûr. L’instrument me comble. Il se suffit à lui-même, remplace tout un orchestre…
Quant à John Taylor disparu en juillet, son disque inclassable et en quartette nous le fait encore plus regretter…
Je vous confie mes 13 Chocs 2015. Faites en bon usage. Bonnes fêtes à tous et à toutes. (for the complete review see blogdechoc.fr)

23/12/2015blogdechoc.frPierre de Chocqueuse
Testament à l’anglaise

C’est étrange tout de même… John Taylor nous a brutalement quittés pendant l’été, s’éclipsant alors qu’il était tout entier en musique, devant son piano. Le 17 juillet dernier en effet, alors qu’il se produisait avec le quartet Nouvelle Vague du contrebassiste Stéphane Kérecki au festival Saveurs Jazz de Segré, un malaise cardiaque l’a terrassé. Il est mort quelques heures plus tard. Ce musicien anglais avait 72 ans. On ressent à distance le choc, le sentiment brutal d’un vide que nul n’aurait pu imaginer quelques instants plus tôt. Et si cette disparition a quelque chose de tragiquement beau (qui ne rêverait pas de partir en plein accomplissement de sa passion, sans avoir le temps d’être gagné par l’idée même de la mort ?), on peut deviner l’état de sidération dans lequel ont dû être plongés celles et ceux qui le côtoyaient en ces moments de joie soudain baignés de larmes.
Étrange, oui, et plutôt poignant, parce qu’un énigmatique 2081 publié sur le label CamJazz est tombé au mois de septembre dans nos boîtes aux lettres. Un disque enregistré quelques mois auparavant, du 25 au 27 novembre 2014. S’il est assez simple de comprendre la signification de son titre, inspiré de Harrison Bergeron, une nouvelle de l’écrivain américain de science-fiction Kurt Vonnegut (le texte décrit un drôle de futur où tous les humains doivent être égaux et sont considérés comme porteurs de handicap quand leur beauté ou leur intelligence est supérieure à celle de la norme établie), on se demande si son cheminement vers nous n’a pas quelque chose d’un brin surnaturel. Ce disque, dont les compositions furent à l’origine écrites pour un octette, est d’autant plus douloureux a posteriori qu’il met en scène le pianiste entouré de ses deux fils : Alex (auteur, chanteur et initiateur du disque) et Leo (batteur), tous les trois étant rejoints par un proche de la famille, habitué des croisements musicaux, le tubiste Oren Marshall. Récemment, Stéphane Kérecki me confiait qu’au-delà de la douleur, ces musiciens orphelins d’un grand monsieur auraient au moins la satisfaction d’avoir mené à temps un tel projet, ce que confirme implicitement Alex Taylor dans les liner notes du disque : « Ce fut un privilège de travailler pour ce projet familial. Je suis ravi d’avoir écrit et chanté avec mon père, mon frère et Oren, pas seulement parce que nous sommes très proches, mais parce que ce sont des musiciens que je respecte et admire ». Et puisqu’il est question du contrebassiste, je dois rappeler – on me pardonnera je l’espère mon inculture car jusque-là, j’ignorais tout ou presque de John Taylor, dont j’ai appris ensuite seulement qu’il avait débuté sa carrière en trio à la fin des années soixante aux côtés de deux compatriotes saxophonistes, John Surman et Alan Skidmore ; qu’il avait été membre du quartet de Ronnie Scott avant de fonder le trio Azimuth aux côtés du trompettiste Kenny Wheeler (dont il sera question un peu plus loin) ; et qu’il a travaillé par la suite avec Jan Garbarek, Enrico Rava, Gil Evans ou Lee Konitz – que c’est grâce au duo formé par Stéphane Kérecki et John Taylor que j’ai pu découvrir ce dernier, à travers un splendide album intitulé Patience : « L’histoire veut que ces deux artistes, qui se sont découverts à l’occasion de cet enregistrement, n’aient éprouvé aucune difficulté à nouer une conversation d’une grande fluidité, dont chaque note exprime à la fois un profond respect de l’autre et une écoute attentive. Cette musique nous entoure, elle est hors du temps, détachée des modes et de toute volonté ostentatoire de séduction ». 2081 est un disque qu’on ne cherchera pas à classifier. Jazz, blues, pop, chanson, peu importe… c’est une musique d’aujourd’hui, en liberté parce qu’à la croisée de plusieurs chemins, moderne sans être affectée des tics de son époque par son instrumentation intemporelle quoique singulière, et qui prouve que John Taylor était bien loin du terme de son chemin artistique. Écoutez « Doozy 1 » qui ouvre cet album aux couleurs nocturnes : un piano comme en suspension, des balais qui chuchotent sur les peaux, un tuba offrant un contrepoint gourmand, la voix d’Alex Taylor, éraillée à la manière d’un vieux bluesman. Et puis voilà John Taylor qui s’évade dans un sillon de lumière avant de céder la place à Oren Marshall pour un duo avec Léo Taylor, cuivre contre cymbales. Les associations instrumentales sont singulières (piano-tuba, batterie-tuba) et la main gauche du pianiste vient constamment remettre la pulsation au centre du jeu, bien épaulé par son batteur de fils qui multiplie les couleurs. Tout est dit, ou presque, dans ces minutes d’une grande élégance formelle qui savent cultiver le mystère. 2081 va dérouler le fil de six compositions où le tuba, il faut bien l’admettre, suscite un intérêt permanent : cet invité « hors famille » est un peu la vedette, lui qui occupe rarement la place centrale dans le monde de la musique. C’est un réel plaisir de l’écouter se glisser au cœur du jeu de John Taylor (« 2081 », « DMG », « Deer On The Moon »), qu’il va ponctuer avec une pointe de malice, endossant en quelque sorte le costume d’un contrebassiste rebondi, occupant dès que possible le rôle de soliste (« DMG »). Il faut souligner par ailleurs le travail d’Alex Taylor, qui habite avec beaucoup d’intensité et néanmoins de retenue ces chansons dont il a écrit les paroles sur les musiques de son père (« Deer On The Moon » en est une belle illustration). La place de sa voix est celle d’un instrument parmi les trois autres et contribue pour beaucoup au sentiment d’impressionnisme feutré qui émane de ce disque qui se referme sur « Doozy 2 », comme pour signifier que toute cette histoire peut recommencer. Ou prendre fin, malheureusement…

22/12/2015maitrechronique.hautetfort.comDenis Desassis
John Taylor 2081

Pianist John Taylor, who died in July, was a widely versed player whose rep¬utation in Europe was stronger and more fully embraced than across the Atlantic. In the U.S., listeners may have typecast him as a lyrical pianist through his projects for ECM. But there was much more to this British virtuoso, as evidenced by 2081, which features his gifted singer-songwriter son Alex, drummer son Leo and Oren Marshall on tuba, a refreshingly distinctive bass voice. Based loosely on themes from the 1961 Kurt Vonnegut story “Harrison Bergeron”, the song cycle was originally commissioned by the Cheltenham Jazz Festival for an octet, but the lean and provocative quartet gains power in compacted sinew. The pianist flexes his graceful style and improvisation¬al powers within the parameters of the six-piece work, while fully respecting the ensemble ethos. In the opening “Doozy 1”, with its entrancing 7/4 cyclical structure, tuba player Marshall takes off on a fine solo, then veers off into a furtive free zone in duet with drummer Leo before returning to the hypnot¬ic pulse of John’s piano riff. On the title track, Alex wends easily over an odd metric plan, with a sure tone and understated style suggesting Kurt Elling and Theo Bleckmann. The album ends eerily and wistfully with just a shard of dreamtime vocals and the patriarch fading gently into a hazy distance. This moment is especial¬ly poignant given the pianist’s passing not long before the album’s release. Let the John Taylor reappraisal and re-appreciation begin.

1/1/2016DownBeatJosef Woodard
John Taylor 2081

C’est évidemment le cœur serré qu’on découvre la photo de famille qui figure sur la pochette du présent CD, image qui prend valeur de souvenir et réunit le père, les deux fils qu’il a eus avec Norma Winstone, et le joueur de tuba Oren Marshall. Depuis, le pianiste anglais nous a quittés. On écoute encore avec ravissement la belle introduction de piano à ce programme entièrement de sa plume très experte, les textes étant adaptés par Alex Taylor d’une nouvelle de Kurt Vonnegut, Harrison Bergeron, qui nous fait voyager dans un monde ou l’indifférenciation généralisée serait un progrès et où les différences entre les hommes seraient pourchassées. Une musique “à programme” donc, for bien agencée, bien conduite, très agréable dans sa modernité, où le tuba joue le rôle non négligeable de l’humoriste trouble-fête. Bien mise en valeur, la voix d’Alex Taylor est la bonne découverte de cette session familiale. On attend avec impatience la publication à venir un duo de John Taylor avec Kenny Wheeler, qui date de 2005.

20/11/2015Jazz MagazinePhilippe Méziat
John Taylor - 2081

Oeuvre de commande fondée sur une nouvelle de Kurt Vonnegut et réalisée en famille (avec ses fils Leo à la batterie et Alex au chant), 2081 est aussi et malheureusement une œuvre posthume puisque John Taylor nous a quittés l’été dernier, à la suite d’un malaise sur scène qui s’avéra fatal. Le pianiste britannique surprend quelque peu dans ses prises de parole disertes – lui qui nous avait habitués récemment à plus d’ellipses – mais autour desquelles se développe une belle interaction. Le tuba d’Oren Marshall n’est pas pour rien dans cette profonde entente qui aime se jouer des climats, en particulier du clair-obscur duquel il aurait été facile d’abuser. 2081 laisse place à un grande vide, au propre comme au figuré.

26/10/2015Jazz NewsAlphée Jézéquet
John TAYLOR : “2081”

Commandée à John Taylor par la BBC Radio 3 pour le Cheltenham Jazz Festival, écrit pour un octette, mais enregistrée par un quartette à l’instrumentation inhabituelle – piano, voix, tuba, batterie –, la musique de ce disque est tout aussi originale qu’inattendue. Autour de John deux de ses fils : Alex, chargé des parties vocales et Leo de la batterie. Batteur du groupe The Invisible, ce dernier enveloppe les compositions du pianiste dans des rythmes binaires qu’il rend souples et légers. Rythmant également la partition, un tuba confié à Oren Marshall, un proche de la famille, assure les basses et, à l’instar d’un cor d’harmonie, prend plusieurs chorus mélodiques (l’introduction du morceau 2081 lui est également confiée). La musique est pourtant loin d’évoquer les débuts du jazz et ses fanfares. Au service d’une nouvelle de l’écrivain américain Kurt Vonnegut Jr. publiée en 1961 sous le titre d’Harrison Bergeron (Pauvre Surhomme en français), elle est même résolument contemporaine avec un piano qui privilégie les couleurs harmoniques, met en valeur les mélodies mélancoliques de John et les textes d’Alex, l’auteur du livret de cet opéra de poche inclassable, du jazz posé sur un mélange de folk-rock typiquement britannique. On pense aux bons groupes anglais des années 60 et 70, à Genesis (la mélodie superbe de Deer On The Moon que dévoile le piano associé au tuba) à Nick Drake aussi, lorsque la pop music était inventive et raffinée. Mais ici point de guitares. Le piano suffit à donner un écrin à la voix, à nourrir la musique, à la rendre touchante. Cet opus atypique témoigne de l’ouverture d’esprit de John Taylor et ne peut que nous faire regretter sa soudaine disparition.

12/10/2015blogdechoc.frPierre de Chocqueuse
John Taylor - 2081

Nous en avions parlé cet été, la perte de John Taylor, l'un des plus élégants pianistes d'Europe, a laissé les amateurs de nos musiques orphelin de l'un des grands poètes du clavier. On ne reviendra pas sur la carrière du pianiste, juste on conseillera d'aller voir cette vidéo -et d'autres- sur Citizen Jazz pour se faire une idée de ce talent. Le hasard du calendrier font que deux albums du pianiste sortent quasiment coup pour coup sur le label italien CamJazz, dans deux configurations assez différentes. Il ne s'agit en aucun cas de fonds de tiroir. Le premier, 2081, est un projet plutôt porté par son fils, le chanteur Alex Taylor. C'est un projet familial, puisqu'on retrouve trois Taylor dans le line-up du quartet. C'est Leo Taylor, son frère, qui tient la batterie dans une dimension très coloriste, assez douce. 2081, c'est un disque qui tourne autour d'une Nouvelle de l'auteur Kurt Vonnegut, "Pauvre Surhomme. Son approche sombre, assez mélancolique, permet au pianiste de dessiner de tendres arabesques, sans forcer le trait. La main gauche est très retenue et laisse beaucoup de place au tuba d'Oren Marshall. Ce vieux routier du jazz britannique, très à son avantage dans cet album qu'il texture en douceur, a souvent partagé la scène avec Steve Noble ou Paul Dunmall. Il était un proche de John Taylor, ainsi qu'un membre de son Creative Orchestra. Il faut entendre "Empress", où piano et tuba devisent en sérénité pour comprendre le bonheur de jouer avec un tel pianiste. Il y a beaucoup de complicité et d'amour dans cet album léger, qui contribue avant tout à perpétuer le souvenir de ce grand pianiste…

11/10/2015franpisunship.comFranpi
Un explorateur discret

Le pianiste britannique John Taylor est décédé brutalement cet été, à 72 ans. Une perle immense pour le milieu du jazz.
…Ayant rejoint le label italien CAM JAZZ en 2005, John Taylor poursuit son exploration des possibles de la musique. C’est aussi un compositeur recherché, comme en atteste un disque qui fait déjà parler de lui, intitulé 2081 (CAM JAZZ, 2015). Enregistré en famille avec ses fils Leo et Alex Taylor, respectivement batteur (de rock) et chanteur (Hot Chip), augmenté du tubiste Oren Marshall, 2081 est une adaptation pour quartette d’une suite orchestrale consacrée à l’écrivain américain Kurt Vonnegut, commandée par la BBC en 2012. Sur un prétexte futuriste inspiré de la nouvelle Harrison Bergeron (Pauvre Surhomme), les musiciens dialoguent sur un mode intimiste, entre jazz minimaliste et pop impressionniste. Un disque original qui donne à entendre une autre facette de l’un des plus grands jazzmen britanniques. En attendant la sortie, mi-octobre, d’un ultime duo enregistré en 2005 avec Kenny Wheeler On The Way To Two.

8/10/2015PolitisLorraine Soliman
John TAYLOR: « 2081 »

Un disque posthume très émouvant. Le pianiste britannique John Taylor nous a quittés cet été, sur scène, comme Molière, et voilà que paraît un disque enregistré en famille avec ses deux fils et un ami proche. Un disque de chansons et de mélodies dans lequel le tuba ne manquera pas d’évoquer une cérémonie d’adieu néo-orléanaise qui contraste avec le jeu de piano lumineux de John Taylor qu’on devine heureux, alors. Il va nous manquer...

5/10/2015culturejazz.frThierry Giard
John Taylor 2081

Mort le 18 juillet à 72 ans à la suite d’un malaise cardiaque, le grande pianiste britannique John Taylor refait parler de lui da la plus belle des façons: avec une œuvre splendide, hors du temps et qui pourtant le questionne. Enregistré avec ses fils Alex au chant, Leo à la batterie, et le renfort du tubiste Oren Marshall, 2081 s’appuie sur une nouvelle dystopique du grand auteur américain Kurt Vonnegut, Pauvre surhomme. Au fil de ses six compositions, John Taylor développe son art pianistique, très subtil, fluide, glissant élégamment du blues (Doozy 1) au romanticisme classique (Deer On The Moon), prenant ici des couleurs pop et explorant là des ombres cinématographiques. L’écoute attentive s’impose pour suivre, et ressentir cette histoire du futur, sombre dans son propos, lumineuse dans sa forme.

5/10/2015Midi LibreJ. Be
JOHN TAYLOR: 2081

Disparu brutalement en juillet dernier alors qu’il se produisait sur la scène du festival Saveurs Jazz près d’Angers, le pianiste anglais John Taylor n’assistera malheureusement pas la sortie de son très beau projet 2081, enregistré en famille avec ses fils Alex au chant et Leo à la batterie ainsi que le grand Oren Marshall au tuba. Inspiré de la nouvelle de science-fiction Harrison Bergeron écrite en 1961 par Kurt Vonnegut et qui traite du thème de l’égalité sociale dans un monde où la force, l’intelligence et la beauté sont considérées comme une tare, 2081 nous immerge dans un jazz ample et cinématique à l’esthétique résolument moderne. John y élabore des mélodies captivantes dans un style singulier (hérité entre autres de Bill Evans et Gil Evans) qui rapproche les univers du jazz, de la musique classique, de la pop et de la musique de film.

21/9/2015nouvelle-vague.comNicolas Hillali
John Taylor “2081”

La musica di “2081” prende ispirazione da “Harrison Bergeron”, la storia pubblicata da Kurt Vonnegut nel 1961 e, come ha dichiarato Alex Taylor, cantautore e figlio di John, si tratta di «Un progetto di famiglia», vista la partecipazione anche di Leo Taylor alla batteria e di Oren Marshall alla tuba, musicista molto vicino ai Taylor. Le sei tracce in scaletta, originariamente scritte per un ottetto, trovano il loro segno distintivo in una particolare cubatura timbrica, che prevede pianoforte, batteria, voce e tuba. L’iniziale Doozy mostra le dinamiche espressive del quartetto e le relative possibilità formali, con il tema esposto prima dalla voce di Alex Taylor, poi ripreso in maniera personale sia da John Taylor, con screziature bluesy, sia da Marshall che improvvisa in duo con la batteria. Musica elastica, lontana da stereotipi, che rimanda continuamente scenari sonori diversificati e spiazzanti.

19/9/2015strategieoblique.blogspot.itRoberto Paviglianiti
John Taylor - 2081

Disparu brutalement en juillet dernier alors qu’il se produisait sur la scène du festival Saveurs Jazz près d’Angers, le pianiste anglais John Taylor nous revient pourtant en ce mois de Septembre 2015 grâce à la sortie de son très beau projet posthume 2081, enregistré en famille avec ses fils Alex au chant (auteur des textes) et Leo à la batterie (membre du groupe indie rock The Invisible) ainsi que le grand Oren Marshall au tuba (Radiohead, Bobby Mc Ferrin, Moondog ou encore The London Philarmonic). Inspiré par la nouvelle de science-fiction Harrison Bergeron écrite en 1961 par Kurt Vonnegut et qui traite du thème de l’égalité sociale dans un monde où la force, l’intelligence et la beauté sont considérées comme une tare, 2081 nous immerge dans un jazz ample et cinématique à l’esthétique résolument moderne. Ce calme gorgé d’une soul apaisée, perceptible dans la voix d’Alex Taylor, se pare d’un groove délicat qu’Oren déploie dans ses lignes de basse cuivrées et que Leo contribue à rendre entraînant par son jeu précis et justement dosé. John élabore quant à lui des mélodies captivantes dans un style singulier (hérité entre autres des recherches rythmiques et harmoniques de Bill Evans et Gil Evans) qui rapproche les univers du jazz, de la musique classique, de la pop et de la musique de film. Un magnifique album qui sera suivi d’ici quelques semaines par la parution d’un enregistrement en duo avec le trompettiste Kenny Wheeler, qui nous a lui aussi quitté il y a peu.

18/9/2015les-chroniques-de-hiko.blogspot.frHiko
John Taylor: 2081 review – superb soul-jazz album from late pianist

After an LP of duets, this is the second posthumous release from the great British pianist John Taylor, and one of his finest. Taylor has long displayed an empathy for singers – from Cleo Laine to his ex-wife Norma Winstone – and this quartet features the burnished baritone of his son Alex, who sounds like a calmer, more soulful Sting. Joining this family affair is drummer Leo from the Invisible (John’s other son with Winstone) while, instead of a bassist, they use Oren Marshall on tuba – someone who can switch between warm, sustained colliery-band pedal notes, nimble New Orleans-style basslines and eccentric solos. Alex Taylor’s lyrics are inspired by a dystopian sci-fi novel by Kurt Vonnegut, and the deliciously bleak mood recalls John Taylor’s work with David Sylvian. This distills many of the features associated with Taylor’s music – tricksy time signatures, surprisingly funky modal jazz solos, elegant lead lines – to create a highly English form of soul music.

17/9/2015theguardian.comJohn Lewis
2081 John Taylor

À l’exception du tuba Oren Marshall, tous les membres de ce quartet sont des Taylor. Le père au piano et les fils Alex au chant, Léo à la batterie. Album familial certes mais qui va bien au-delà d’un niveau «la fratrie s’amuse dans le garage». On prend un réel plaisir aux facéties du tuba d’Oren Marshall sur le morceau 2081 et l’ensemble sur Doozy 2 nous offre une belle harmonie très mélancolique. Un album enregistré avec Kenny Wheeler sortira cet automne, ce sera le dernier puisque le leader anglais est décédé à Angers cet été, lors d’un concert avec Stephane Kerecki au festival Saveur jazz.

15/9/2015La Voix du Nordeditorial
JOHN TAYLOR 2081

Le pianiste et compositeur britannique John Taylor, mort le 18 juillet, s’amusait à l’occasion de sa ressemblance avec l’écrivain américain Kurt Vonnegut Jr. (1922- 2007). Au-delà, il louait les qualités d’écriture, le sens de la satire, l’audace du romancier. Dans 2081, Taylor, avec ses fils Alex au chant, Leo à la batterie et le tubiste Oren Marshall, évoque en musique la nouvelle de Vonnegut Jr., Harrison Bergeron (Pauvre surhomme dans la traduction française), du romancier. Six compositions, dans lesquelles se développe l’art pianistique de Taylor, son phrasé de plein détachement des notes, clair et lyrique. Ici dans l’ancrage avec les blues (Doozy 1), la plus proche du romantisme européen (Empress). Après un album avec le pianiste Richard Fairhust (Duets, sorti en août) et avant la publication d’un duo de 2005 avec le trompettiste Kenny Wheeler (prévue à la mi-octobre), c’est la manière rêveuse et subtile de John Taylor que l’on appréciera ici.

14/9/2015Le MondeSylvain Siclier
John Taylor – 2081

My Taylor is… dead? Pas tout à fait! Le pianiste anglais, décédé sur scène au Saveurs Jazz Festival de Segré cet été, revient déjà avec cet album, familial et vocal, à l’univers singulier. On ne revient pas ici sur la carrière longue et flamboyante du Britannique; achevée à la Molière comme il se doit. Devant tant de classe au long cours, on se retrouve possédé de l’envie de dithyrambe sans nuance, déclarer une ultime et posthume fois la grandeur du musicien. On est bien embêté. Non que ce 2081 soit raté; il s’agit d’un bel album. Mais celui-ci ne retrace de la parole de John Taylor rien d’autre que son désir constant de renouveau, tant ce quartet familial (les fils Taylor, Alex et Leo, accompagnent leur paternel respectivement au chant et à la batterie) ne correspond guère à ce qu’on a pu connaître du pianiste, récemment entendu au côté de Stéphane Kerecki dans l’hexagone. Un tel désir fait regretter d’autant plus la violence anticipée de ce décès, car le pianiste aimait les explorations discrètes et les menaient bien. Articulé autour d’une nouvelle de Kurt Vonnegut, auteur bien connu de science-fiction (et notamment d’Abattoir 5), 2081 enchaîne six titres chantés qui ne sont pas réellement des chansons. On y retrouve quelques formules éculées du jazz le plus contemporain dans ses influences new-yorkaises, notamment l’effacement de la pulsation dans une fluidité toute post-moderne, ou l’efficacité du chant au détriment de son expressivité personnelle. Le quartet possède cela dit une belle entente, qui permet au pianiste de s’offrir des incartades qu’on ne lui connaissait guère, sans renier quelques soli bien achalandés tels ceux qu’on lui connaissait déjà. Mais c’est surtout dans l’écriture et le jeu sur les timbres – qui exploite avec finesse la composition singulière du quartette, où le tuba d’Oren Marshall détonne – que 2081 parvient à se départir de cette esthétique résolument «moderne». Reste de tout cela – qui annonce un prochain en duo avec Kenny Wheeler, autre disparu récent – la voix puissante et distinguée de l’Anglais, éternel défricheur de sons. Bien vivant, John Taylor continue de faire passer son invitation à une musique toujours nouvelle. My Taylor is definitely rich!

14/9/2015djamlarevue.comPierre Tenne