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Enrico Zanisi

Piano Tales

Cam Jazz CAMJ 7896-5

8052405141910 - Piano Tales - CD

Artists :
Enrico Zanisi ( Piano )
Release date
Feb 19, 2016
Duration
0:45:46

Since his debut, Enrico Zanisi has proved to have the makings of a rocketing star, to whom the label of enfant prodige of Italian jazz was soon to become a tight fit. That’s why this piano solo album by Enrico Zanisi, to be released on CAM JAZZ, seems well-timed for an ideal start to a new era in the career of this young pianist. Following three trio albums and several side projects, Piano Tales comes to crown a journey during which the Roman pianist has explored the boundaries of his music but leaving its distinguishing natural grace intact. This recording reveals a brand new Zanisi, more full-fledged but, above all, aware of his potential as songwriter and player. This work consists of eleven tracks, mostly less than four minutes long, a purported collection of musical feelings, more than an actual concept album. It also features more complex pieces with a highly designed improvisational approach. But the prevailing element in a mood accommodating fullness and emptiness, music and silence, is Zanisi’s airy piano-playing, both inexpressible and sharp. In young players like him one seldom finds such a clear awareness of one’s own means as well as an already distinct musical personality like his. Though, Zanisi has both of them, unmistakably.



Recorded in Cavalicco on 27 - 28 May 2015 at Artesuono Recording Studio
Recording engineer Stefano Amerio

Photos by Andrea Boccalini

Liner notes by Brian Morton


 

Reviews

La narrazione delicata del piano solo

Enrico Zanisi ha tagliato in questi anni molti prestigiosi traguardi. Riconoscimenti alle sue opere dagli addetti ai lavori, assegnazione di premi dalla stampa specializzata e il diffuso plauso ricevuto dal sofisticato pubblico del jazz hanno consentito a Zanisi di ricoprire un significativo ruolo nel panorama italiano. Sia i dischi in trio, sia l’ultimo lavoro in solitudine con il pianoforte, mostrano i tratti di un pianista e compositore dal tocco elegante, lirico, sempre al centro della scena con un pianismo che sa coniugare la vena melodica euro-colta con le tensioni ritmico-armoniche del jazz d’oltreoceano. In “Piano Tales”, suo ultimo lavoro pubblicato con l’etichetta romana CAM JAZZ, ciascun brano è una narrazione delicata e discreta che svela al pubblico l’identità più autentica e profonda di un artista che spicca per intensità comunicativa e introspettiva.

28/12/2016MuMagChiara Romano
ENRICO ZANISI Piano Tales

Come un esperto funambolo, il giovane pianista Enrico Zanisi cammina per quarantacinque minuti lungo il filo delle sue esperienze e passioni musicali, scrutando dentro e fuori il proprio sentire per disvelare, a sé stesso e a noialtri, immagini e colori nuovi, inattesi, talvolta fortemente ricercati e voluti, in una sorta di alternanza di impressionismo ed espressionismo che colpisce non poco per il risultato finale, una perfetta combinazione di originalità e di recupero della storia pianistica in solo di ambito jazzistico. “Piano Tales” suona, infatti, come un lavoro dalla sorprendente coerenza formale che tiene desti per la sua intera durata. Sin dall’iniziale “Ouverture”, Zanisi ci conduce alla conclusiva sonata di Richard Wagner passando per composizioni originali dall’interessante sviluppo narrativo che, alternandosi a brani più brevi da considerare come interludi, conferiscono all’intero lavoro la forma di una suite in cui “Uma Historia” e “No Truth” colpiscono per la loro cantabilità. Se l’unica escursione nel mondo degli standard è costituita dall’interessante rilettura di “Spring Can Really Hang You Up the Most”, va segnalata la breve composizione originale intitolata “Morse”, in cui il battito di un telegrafo ispira due minuti e mezzo di geniali invenzioni ritmico-armoniche.

25/10/2016 altrisuoni.euFrancesco Varriale
Enrico Zanisi Piano Tales

Non sorprende che il giovane pianista, al pari del suo coetaneo Alessandro Lanzoni (anche lui in uscita con un disco edito dalla CAM JAZZ), decida di confrontarsi con la dimensione introspettiva del piano solo. Questo CD rappresenta infatti la naturale maturazione del percorso sin qui fatto da Zanisi: incalzante sotto il profilo narrativo, “Piano Tales” presenta undici “racconti brevi” interpretati con un linguaggio asciutto, privo di autoreferenzialità e florido dal punto di vista dell’inventiva.

30/8/2016JazzitAntonino Di Vita
Il fascino discreto della musica di Enrico Zanisi

La musica di Enrico Zanisi ha la capacità di raccontare con una scrittura essenziale una lunga storia, fatta di tracce di memorie e attimi intensi. Addentrarsi nel mondo del jazz può voler dire accettare di perdersi nelle terre pure dell’immaginazione, tentare di liberarsi da imposizioni strutturali di matrice accademica e approfondire elementi nascosti, inesplorati. Nella sala Casella, in occasione dell’ultimo appuntamento della rassegna Jazz alla Filarmonica Romana, il 10 giugno Enrico Zanisi ha affascinato il pubblico romano presentando il suo ultimo lavoro, “Piano Tales”. Il primo album registrato in piano solo (per l’etichetta Cam Jazz), negli studi di Stefano Amerio, preceduto da altre opere create in trio e una serie di progetti che hanno attirato l’attenzione della critica e del pubblico. Il giovane pianista romano (classe 1990), grazie a una grande determinazione e una formazione già matura vince nel 2012 il Premio Top Jazz come Miglior Talento, indetto dalla rivista Musica Jazz. Nel 2014, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, in occasione del Festival “Una Striscia di Terra Feconda”, vince il Premio Siae per la Creatività. Il suo è un pianismo introspettivo, melodico, a tratti ludico, in cui si creano immagini gioiose e criptiche allo stesso tempo, elaborazioni complesse di un pensiero originario. Una personalità che non ha paura di andare oltre il già noto e imparare a sperimentare, facendo tesoro del percorso dal quale proviene. Gli studi classici e l’abilità di Zanisi di controllare la composizione emergono nei suoi brani come codici di riferimento. Ma esiste un fil rouge che fa da sostegno alla sua narrazione, nel quale schizzano fuori dalla tastiera rivelazioni sonore che scardinano, quasi riducono all’essenza naturale una musica fatta di ricordi ma soprattutto di vita. Nei momenti liberatori, nella conoscenza ravvicinata allo strumento, nei glissandi sulle corde tese del pianoforte, o nel momentaneo soffocamento del respiro del suono, Zanisi dimentica quasi di essere lì insieme a noi facendo emergere l’autenticità della sua musica. Il pianista riesce a controllare uno schema musicale apparentemente semplice, grazie a una raffinata e definita tecnica, che gli permette facilmente di cambiare registro, dinamiche, di sfalsare i tempi e giocare con il pianoforte come fosse una scultura da modellare, per riuscire a trovare una precisa angolazione che corrisponde al suo personale modo di concepire l’incedere di sensazioni musicali. In “Uma Historia” Zanisi attraversa un jazz europeo distaccandosi dal peso della storia, prediligendo lo sviluppo di un’impressione musicale che si fa sempre più complessa, a dispetto di una leggerezza insita nel suo stesso linguaggio. Le idee musicali di un brano come “Mà” sono governate da compostezza e grazia, ma anche dalla necessità di riempire uno spazio vergine, per poi ridurlo all’essenzialità, all’anarchia di suoni solitari. Gli accordi pieni sostengono un’invenzione melodica caratterizzata dalla bellezza di un tematismo vario e sorprendente, come in “Stairs”, che ricorda a tratti il Debussy maturo e quella sua unica capacità di stimolare nella mente dell’ascoltatore la fantasia, la nascita di impressioni musicali. Ciononostante il suo è un minimalismo ancora in fase di sperimentazione, dove intuizioni brillanti accompagnano momenti in cui il pianista preferisce creare atmosfere più rassicuranti, caratterizzate da movimenti melodici, quasi ordinari, piuttosto che continuare a camminare a piedi nudi su una terra pura e abbandonarsi all’improvvisazione. Nella scrittura di Enrico Zanisi vive l’idea di una composizione pulsante, che conserva il passato, come nel finale, con il brano “O Du Mein Holder Abendstern”. Sorprende con un’elaborazione di un tema preso in prestito da Richard Wagner, per non dimenticare forse l’importanza della tradizione e ripartire da quella per creare la sua originale opera d’arte.

12/6/2016recensito.net Serena Antinucci
I giovani italiani del piano jazz

Non è forse una coincidenza che due dei più promettenti giovani pianisti jazz italiani, Enrico Zanisi (classe 1990) e Alessandro Lanzoni (classe 1992) pubblichino in questo periodo due dischi di pianoforte solo. Non è forse una coincidenza perché l’etichetta discografica è la medesima, la Cam Jazz, perché i due musicisti si “inseguono” (idealmente, va da sé) da quando hanno vinto il Top Jazz nella categoria “nuovo talento” un anno di seguito all’altro, ma anche forse perché la formula del recital pianistico solitario è sentita generazionalmente come un momento formativo forte, di grande significato. Non è sempre stato così nel jazz: per strumentisti che da subito hanno trovato nella formula solitaria un momento centrale nel proprio percorso (da Art Tatum a Keith Jarrett), altri l’hanno affrontata solo in un periodo di relativa maturità (pensiamo a Andrew Hill, che si avvicina a questa modalità solo alla metà degli anni Settanta) o praticamente mai (Horace Silver ad esempio). Zanisi e Lanzoni sono cresciuti in un mondo già saturo di documentazione e di riferimenti di ogni tipo e in cui il “portfolio” del buon jazzista deve dimostrare versatilità in ogni contesto. Per non dire del sempre vivido ruolo che il pianista in solo continua a avere nell’immaginario collettivo, da Lang Lang a Ezio Bosso, da Einaudi a Pollini, giù giù fino a chi sapete voi…
In Piano Tales, Zanisi dichiara da subito la natura “narrativa” del suo monologare a 88 tasti, ma anche Lanzoni, nel suo Diversions, non si muove molto differentemente, magari con un’apparente intenzione digressiva, ma sempre strettamente aderente a quello che alla fine – fatta la tara su qualsiasi malizia – non può che essere un discorso estremamente personale e intimo, autobiografico nella misura in cui è onesto e non potrebbe essere altrimenti. Sono due lavori, quelli di Zanisi e Lanzoni, in cui non si può non ammirare la grande maturità strumentale, la solidità della preparazione che non concede alcuna sbavatura armonica, ma nemmeno di costruzione del discorso solista. I temi sono in gran parte dei due pianisti: alcuni potrebbero non essere nemmeno “jazz” (ma è chiaro che il riferimento e la tradizione cui si fa riferimento è principalmente quella): Zanisi ripesca però in coda al disco anche un’aria dal Tannhäuser wagneriano e uno standard come “Spring Can Really Hang You Up the Most”; Lanzoni sceglie invece un Nocturne del compositore Lowell Lieberman e l’onnipresente “All The Things You Are”. Difficile trovare momenti “sperimentali” o di evidente scarto dalla tonalità nel pianismo di Zanisi e Lanzoni (dei due è forse quest’ultimo quello a mettersi un po’ più in gioco da questo punto di vista): sarà una cosa generazionale? Sarà che, data la natura intima di questi lavori, c’è una – ovviamente augurabile – serenità dovuta all’età e che non spinge a interessarsi dei grumi, degli spigoli, ma solo della consonanza (pur in una concezione evoluta, pienamente novecentesca)? Sono pianisti davvero splendidi, questi due giovani ragazzi: hanno un controllo della tastiera e della forma che non teme rivali e entrambi i dischi rivelano momenti davvero riusciti, quello che continua a rimanere per me un piccolo mistero (ma mi riprometto di chiederlo loro personalmente) è – al netto ovviamente delle scelte estetiche del produttore – è come mai un sacco di possibili stimoli (magari meno “aggraziati”) che animano le culture – giovanili o meno – di oggi, mi sembrino così lontani da queste, pur bellissime note.

20/4/2016giornaledellamusica.itEnrico Bettinello
Enrico Zanisi - Piano Tales review: moving, varied and beautiful

Italian pianist Enrico Zanisi has no right to sound so mature and developed in his mid-20s. Up to now, the young Roman virtuoso has favoured the trio format, displaying an understandable reverence for Evans, Jarrett and Mehldau without slavishly copying any of them. This time, he gives the rhythm section a day off and a more personal story emerges. Though there is clearly plenty of technique to call on, the young pianist never shows off, putting his virtuosity at the service of a series of moving autobiographical sketches that are as varied as they are beautiful. It may be a story that has barely begun, but Zanisi’s Piano Tales tell of a musical mind that is already subtle, inventive, tender and directly connected to his heart.

23/3/2016irishtimes.comCormac Larkin
Enrico Zanisi, Piano Tales

È in piano solo la recente registrazione che Enrico Zanisi realizza per Cam Jazz con il titolo “Piano Tales”. Questi racconti musicali arrivano in un momento in cui molta della comunicazione si attesta come operazione di storytelling, come raffigurazione narrativa di attività, di pensiero, di esperienza personale, spesso purtroppo con la caratteristica di una presuntuosa autoreferenzialità. Lo storytelling di Enrico Zanisi non ha nulla a che vedere con questa tendenza. Gli undici brani di “Piano Tales” corrispondono ad altrettante storie che Zanisi ci narra con delicatezza e discrezione con quel lessico che l’esperienza, lo studio e il talento gli hanno consentito di cesellare disco dopo disco, concerto dopo concerto, e che sempre più ce lo fa apprezzare come artista di grande sincerità. Qualche anno fa, in occasione di un’intervista, Enrico Zanisi ci aveva descritto il piano solo come “la più grande sfida che un pianista possa affrontare”, come “un gioco che mette a repentaglio tutte quelle certezze che un musicista ha quando si esibisce con altri…”, ma anche come “l’esperienza più divertente, più bella, più entusiasmante”. Se il rapporto tra un artista e il suo strumento è in qualche modo un rapporto antagonistico, un legame di amore-odio, Enrico Zanisi con il suo “Piano Tales” dimostra di aver pienamente vinto questa sfida. Nelle composizioni rifluisce tutto il suo variegato mondo che riesce a contenere formazione classica, jazz, improvvisazione, desiderio di esplorazione. “Piano Tales” si apre con una “Ouverture” dall’impianto scarno, ma al contempo solenne, di ieratica essenzialità espressiva il cui dinamismo sta in gentili e delicate modulazioni. Una struttura formale dal sapore colto che crea il terreno ideale all’ascolto della successiva “Uma Historia”, rutilante e vorticosa alternanza di immagini sonore di inesauribile ricchezza in cui il pianista-mago estrae meraviglie da un immaginario cappello magico. Il tema iniziale in forma di ostinato permane per tutto il brano mentre Zanisi ci costruisce su delle invenzioni melodiche quasi in forma di variazioni arricchite da una vivace poliritmia che ci spiazza per la naturalezza con cui dinamicamente avvicenda diverse soluzioni. Ognuno di questi pezzi esprime una delle sfumature che l’anima di Zanisi contiene, un attraversamento di paesaggi dai colori e dai climi diversi: dall’impressionismo sonoro di “Mirage” o “Stairs” alla dolce elegia di “Mà” fino alla sintesi di “Palabras”, in cui il lessico si fa slegato, al limite dell’astrazione, con inattese e liriche aperture di calore, o ancora alle ballad “No Truth” o “Spring Can Really Hang You Up the Most” dall’andamento arioso e cantabile in cui la vena poetica di Enrico Zanisi dà libero corso alla creazione. “Piano Tales” si chiude così come si era aperto, con un brano che attinge materiale a un ambito musicale extra jazzistico. In “O Du Mein Holder Abendstern” il pianista attinge al repertorio wagneriano proponendo la sua visione di una celebre aria del “Tannhauser” confermando quel collegamento imprescindibile nella sua arte tra passato e presente, tra tradizione e modernità, che reca il valore aggiunto di una proiezione costante verso un luminoso futuro. Non è facile raccontarvi un disco così, sarebbe il racconto di un racconto già perfetto, possiamo invece parlare di quella sensazione di appagamento che solo le cose veramente belle riescono a procurare.

20/3/2016pianosolo.itPaola Parri
ENRICO ZANISI Piano Tales

Una narrazione musicale aulica e forbita che si snoda tramite undici tracce, in cui il filo conduttore è rappresentato da un’efficace essenzialità e da una candida espressività di pregevole fattura. Echi che ammiccano alla musica classica e specificamente al Romanticismo imperlano ulteriormente “Piano Tales”, la nuova opera intellettuale in “Piano Solo” del giovane jazzista Enrico Zanisi. Nove degli undici brani contenuti nel cd sono frutto dell’ingegno compositivo del pianista, ad esclusione di Spring Can Really Hang You Up The Most (Fran Landesman – Tommy Wolf) e O Du Mein Holder Abendstern (Richard Wagner). Uma Historia è una composizione ipnotica, ricca di pathos. Qui Zanisi dà libero sfogo alla sua vivida creatività armonica, snocciolando cenni di outside playing con perfetto controllo e lodevole consapevolezza. Il mood onirico e crepuscolare di è altamente pervasivo. Il pianista cesella un eloquio sussurrato, dal tocco fatato, in cui la dinamica è curata con sagacia. No Truth spicca per placidità comunicativa, poiché il pianismo è sapientemente ponderato, calibrato e mai sopra le righe. “Piano Tales” è un’ardua prova di maturità artistica per Zanisi, che il giovane pianista affronta con il piglio del veterano per superarla brillantemente. Un album volto all’introspezione, che scava un solco nell’intimo.

18/3/2016soundcontest.coStefano Dentice
Enrico Zanisi: "Piano Tales"

“Ouverture” è un brano di insolita solennità, quasi un Largo dei nostri giorni e sono abbastanza sicuro che anche il buon Georg Friedrich Händel lo avrebbe apprezzato. Credetemi! “Uma Historia” è un brano che parte da una frase iniziale che si impone come una sorta di leimotiv per svilupparsi poi andando a giocare, sulla tastiera, a destra e a sinistra di essa, con pentatoniche e slittamenti tonali. Il brano non perde mai di coerenza, anche quando Enrico si allontana parecchio dallo spunto iniziale, ma tutto rientra in una circolarità che rende l’architettura del brano di godibili proporzioni. Veniamo a “Mirage”, un brano impressionniste, ma forse sono io che mi faccio influenzare dal titolo in francese. Visto che non lo abbiamo scritto prima, rammentiamo che il buon Zanisi è pianista dal solido bagaglio classico, non solo tecnico ma anche culturale. Gli viene facile, dunque, avventurarsi per sentieri che spesso sono più vicini alla musica classica che al jazz. Tornando al brano: un lungo respiro profondo, una riflessione saggia e pacata. “Cut It Out” è un breve esercizio di stile, quasi un “Contrappunto” dei nostri giorni. Forse Johann Sebastian Bach lo avrebbe apprezzato. Ma non ne sono del tutto certo perché il Sommo pare fosse poco incline all’ironia. “Mà” è un Valse Triste e allora, visto che abbiamo iniziato questo gioco un po’ odioso, ci chiediamo: sarebbe piaciuto a Jean Sibelius? O forse all’Eric Satie della Gymnopédies? “Palabras” è un brano che inizia come colpito da un attacco di dislessia musicale. Come se le parole appunto, manchino, vengano meno, tradiscano. Ma esso, poi, vira verso una soluzione meno conflittuale, più decisa e determinata. Forse che il melos prevalga sul logos? Ma sto veramente vaneggiando e Zanisi se la riderà alla grande. “Stairs” è un brano sognante, sempre frutto di una visione impressionista del Nostro. Ci si arrampica sulle scale alla maniera di certi esercizi stilistici che, mi sbilancio, sarebbero piaciuti a Claude Debussy… “No Truth” è un brano che ricorda il miglior Brad Meldhau. Cantabile, lento, rasserenante. Niente acrobazie tecniche e molto, molto gusto. “Morse” racconta di segnali lanciati nello spazio. Difficile raccoglierli poiché l‘Universo è grande grande e noi piccoli piccoli… Sperimentazioni jarrettiane, venute anche bene, direi. “Spring Can Really Hang You Up The Most” è uno standard di jazz, scritto nel 1955 da Landesman & Wolf ed interpretato da tutti (tutte) a cominciare da Betty Carter, Ella Fitzgerald, Sarah Vaughn, Rickie Lee Jones and so on... Come sempre, visto che ormai Youtube lo abbiamo tutti, se vorrete apprezzare l’added value del Nostro Eroe vi consiglio di ascoltare le loro rispettive interpretazioni. Nel caso di “O du mein holder Abendstern” non c’è da fare nessun gioco. La musica è di Richard Wagner, dal Tannhäuser. Una lettura versione intima, quasi privata. Conclusioni: un bellissimo CD, di gran gusto, di ricerca, di eleganza. Enrico non ci delude e di questo siamo assai lieti. Buona fortuna e buona musica a tutti.

23/02/2016lobetablog.blogspot.itMarco Lorenzo Faustini
Enrico Zanisi, il giovane pianista che il mondo ci invidia

Agli eccessi dei vent'anni si perdona (quasi) tutto: sfrontatezze e disregolazioni di libertà. Quasi, perché un ragazzino di 25 anni con un nome comune, si chiama Enrico Zanisi, non può già avere dieci anni di carriera alle spalle, vincere borse di studio alla Berklee di Boston e poi l'ammissione alla Manhattan School of Music di New York, avere due diplomi di pianoforte, aver pubblicato cinque album e prendersi, alla chetichella, il premio Top Jazz come miglior nuovo talento dalla blasonata rivista Musica Jazz, mammasantissima dell'ortodossia nel genere. Né gli si può consentire di lasciare a bocca aperta (e con un po' di invidia) i suoi colleghi "parrucconi", quando sciorina tonnellate di idee, che manco in cinquant'anni di esperienza mediamente si partoriscono. E magari esibirsi in India, Sud America, Norvegia, Messico, Brasile, Irlanda, Tunisia, Inghilterra, divertendosi come un matto e lasciando di stucco i teatri sempre pieni e curiosi. Perché poi va a finire che, per festeggiare i tuoi 26 anni (ventisei), decidi di pubblicare a febbraio un album di pezzi originali per piano solo ("Piano Tales"), attaccare con una Ouverture che c'ha le prime note dell'armonia rinascimentale e finire per attraccare dalle parti di Scriabin o Poulenc, dopo che, ventenne, palleggi bassi e contrappunti barocchi manco fossi l'ultima delle propaggini della figliolanza di Bach. No, tutto, ma questo ai vent'anni non si può perdonare. E tanto meno scrivere pezzi con la testa di un musicista che non ha alcuna voglia né intenzione di dimostrare quant'è bravo, tanto per attirarsi consensi nelle "alte sfere del jazz", ma che ha come unico obiettivo la musica, una musica oscenamente nuova e antichissima. Questo Paese non ha bisogno di talenti di queste dimensioni, lo sappiamo tutti; bisogna contrastare questi fenomeni, spedirli via, reprimerli, anzi meglio: ignorarli. Purtroppo, invece, Enrico Zanisi suona le sue undici "Piano Tales" (e beata la Cam Jazz Records che se l'è accaparrate) con disarmante bellezza e semplicità. Costruisce pezzi, come Uma Historia, dove la poliritmia s'acciambella su armonie complicate, al servizio della melodia e della musica. E veleggiando di traccia in traccia ti costringe ad ammettere che, no, questo album ti sta regalando qualcosa, che manco eri disposto a concedere a inizio ascolto: emozioni. Ora, se a vent'anni sei così, hai un problema di una qualche portata per il tuo futuro e per garantirgli qualità costante, ma fai pure un'opera di bene, a chi vuole capire cosa separa la paccottiglia caciarona di un Allevi (non se ne abbia troppo a male) dalla musicalità e dalle possibilità del piano. Piano Tales è un album strepitoso, Enrico Zanisi, probabilmente, il nostro più importante musicista degli anni a venire. Ecco perché non lo si può perdonare di averlo scritto e suonato, perché poi bisogna ammettere che questo Paese dei suoi talenti maiuscoli non sa mica tanto bene cosa farci.

23/02/2016huffingtonpost.itPaolo Romano