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Antonio Sanchez

Lines In The Sand

Cam Jazz CAMJ 7940-5

8052405143549 - Lines In The Sand - CD

Artists :
Antonio Sanchez ( Drums )
John Escreet ( Piano And Fender Rhodes )
Matt Brewer ( Acoustic And Electric Bass )
Thana Alexa ( Vocals )
Chase Baird ( Tenor Saxophone and Ewi )
Nathan Schram ( Viola on "Travesía Part II" )
Elad Kabilio ( Cello on "Travesía Part II" and "Long Road" )
Release date
Nov 30, 2018
Duration
70:00

Master percussionist Antonio Sanchez considers himself a fortunate man, blessed in family, education and in having spent a peaceful and creative quarter of a century in a country that welcomed him and his talents. But the America of 2018 is not the America of 1993. The America of today has turned its back on the mutual and pragmatic relationship that used to exist with its nearest southern neighbour, Mexico. There is hate in the air, and a demagogic voice in the White House.  Almost the first sound one hears on Antonio Sanchez’s powerful new album with his Migration group is a voice saying “This is wrong” and another quite calmly saying “Shame on you”. Jazz music has always had an element of protest and Lines In The Sand is a superb example of music that makes its strong point without surrendering even a fraction of its musicality.  Like Jack DeJohnette, Sanchez is more than a drummer. He is a complete musician, heard here on keyboards and as a vocalist, as well as behind his kit. He is, though, one of those rare percussionists who can make the familiar drumset sound like a single instrument one minute, and a complete orchestra the next.  Here, then, is an urgent despatch from a country in pain, a country whose rich heritage of immigration – from Europe, from Africa, from the Southern half of the American continent – has suddenly been called into question. (Brian Morton)


Recorded in May 2018 at Power Station Berklee NYC by Pete Karam, mixed in August 2018 at Meridian Studios in New York by Antonio Sanchez and Pete Karam.

Photos by Antonio Sanchez - Artist photos by Justin Bettman

Liner notes by Antonio Sanchez

Reviews

La batteria contro i muri di Trump

Ha fondato un gruppo che si chiama Migration, ha inciso un album che si intitola Lines in the Sand, viene a Roma per suonare a un festival che si chiama No Borders. Messicano-americano, Antonio Sanchez non è solo un grande musicista. Antonio Sanchez avrebbe potuto restare per tutta la vita un semplice musicista. O per meglio dire un eccezionale semplice musicista. Dagli ultimi anni del secolo scorso ha affiancato con la sua batteria figure del calibro di Chick Corea, Gary Burton, Charlie Haden, Michael Brecker: jazzisti estremamente esigenti, appartenenti agli stili più diversi, tutti conquistati dalla duttilità e dalle idee del batterista messicano. Il suo nome è legato in modo particolare al chitarrista Pat Metheny, che nella propria attività racchiude il desiderio di esplorare parecchie musiche eppure ha trovato in Sanchez il partner ideale in ogni circostanza. Nel 2013 il regista Alejandro González Iñárritu gli ha proposto di firmare la colonna sonora di , che ha conosciuto grande successo anche per l’innovativo commento musicale basato quasi esclusivamente sul suono della batteria. Nel frattempo Sanchez ha formato il gruppo Migration, con il quale ha iniziato una riflessione che ne ha fatto un musicista speciale, non più semplice: un militante contro la discriminazione nei confronti dei transfrontalieri messicani e più in generale dei migranti d’ogni area del mondo. «Ci sono molti grandi jazzisti messicani – dice Sanchez a “la Lettura” – soprattutto c’è una grande quantità di giovani talenti che aspettano solo di ottenere maggiori possibilità. È vergognoso che sia diventato così difficile per questi musicisti sperimentare negli Stati Uniti un livello jazzistico più elevato; perché questo è dovuto esclusivamente alla severità delle leggi contro l’immigrazione». Il batterista è consapevole della propria buona stella; negli anni Novanta poté sviluppare negli Stati Uniti tutte le sue potenzialità. Per questo ha fatto della «questione migratoria» un imperativo. Ora Sanchez porta a Roma la musica del suo nuovo album (prodotto, come i precedenti, dall’etichetta italiana Cam), Lines In The Sand, righe sulla sabbia: una suite che già dalla copertina mostra la dura realtà del confine fra le due nazioni nordamericane, la barriera che affonda nell’oceano, ma anche una ragazza che balla sulla spiaggia al suono della musica di Sanchez, che lì ha tenuto un concerto.
Lei ha una solida formazione classica, ma si dedica alla batteria da quando aveva cinque anni. Questo la porta a comporre in modo differente?
«La batteria influenza tutto ciò che faccio come compositore, ma quando inizio a scrivere cerco di non pensare a questo strumento. Cerco di trovare delle armonie che mi sembrino interessanti, e poi penso al sentimento che voglio sovrapporre ad esse. Mi piace molto scrivere in termini cinematografici, raccontando una bella storia che possa evocare belle immagini. Questo però ha a che fare con la music strumentale, che può essere assimilata in molti modi diversi da chi l’ascolta. In Lines In The Sand ho voluto essere più letterale nel messaggio, che riguarda le sofferenze degli immigranti lungo il confine, la loro demonizzazione e strumentalizzazione in nome del nazionalismo. La crisi europea sui rifugiati ha fatto emergere sentimenti simili, e la cosa non potrà che peggiorare. Così l’album ha inizio con la registrazione delle voci catturate lungo il muro di Trump, la protesta contro le vessazioni della polizia. Più avanti ho inserito due belle poesie sull’immigrazione di autori messicano-americani: Paola Gonzalez, Karla Gutierrez e Jonathan Mendoza. Thana Alexa, mia moglie (che per inciso è di origini croate), ha poi scritto il testo che canta nel brano Home».
Possiamo parlare, nel suo caso, di «jazz d’avanguardia»?
«Non credo di essere percepito in questo modo, a causa delle implicazioni connesse storicamente alla parola, e anche a causa dei musicisti con cui vengo associato. È vero, Pat Metheny, Michael Brecker, Chick Corea si sono spinti nel territorio dell’avanguardia, ma non penso che siano considerati esempi del genere. La mia musica ha una precisa componente di protesta sociale, però preferisco chiamarla social music, come Miles Davis».
Lei collabora anche con il nostro pianista Enrico Pieranunzi. Le sembra che il jazz sia ormai mondializzato?
«I viaggi hanno reso il mondo più piccolo; non può sorprendere che ci sia una quantità di impollinazioni fra i generi e fra i musicisti. Il jazz è una delle forme musicali più inclusive. È incredibilmente malleabile. È un buon periodo per chi suona musica interessante».

27/10/2019La Lettura - Corriere della SeraClaudio Sessa
Antonio Sanchez & Migration Lines In The Sand

«Sono un immigrato orgoglioso. Un fiero messicano e un orgoglioso americano che si sente lacerato dalle ingiustizie perpetrate contro tante persone innocenti in cerca di una vita migliore. Questo album è dedicato a loro e al loro viaggio». Difficilmente ci si imbatte in un album di jazz, e di musica tout court, il cui messaggio è veicolato così chiaramente in ogni sua componente, quella visiva come quella acustica. Con “Lines In The Sand” Antonio Sanchez non gioca a criptici indovinelli e prosegue esplicitamente il discorso intrapreso con “Bad Hombre” (CAM Jazz, 2017): “Come artisti, abbiamo il dovere di parlare di ciò che sta accadendo nel mondo”. Attraverso questo nuovo lavoro quindi ribadisce il suo sdegno per le politiche anti-immigrazione portate avanti dal suo paese adottivo. Lo fa a partire dall’immagine di copertina, una foto catturata da lui stesso in occasione di un festival transfrontaliero tenutosi nel 2018 presso il muro che separa San Diego, in California, da Tijuana, in Messico. Un pugno nello stomaco che fa coppia con la traccia introduttiva, un mix costituito dalla sovrapposizione di registrazioni ambientali fra cui si distinguono sirene della polizia, pianti, un vociare teso e inquisitorio e urla di protesta che scandiscono un equivocabile «è sbagliato», «vergogna!». Si tratta di un crescendo teso e opprimente che stacca improvvisamente lasciando spazio alle note liberatorie e dolci su cui si stratifica il brano di apertura Travesía (letteralmente “viaggio, traversata”), quasi una cura catartica contro l’ottusità. La composizione si sviluppa lungo più di venti minuti divisa in tre sezioni dove le poliritmie, i timbri della voce di Alexa, quelli acustici delle percussioni, quelli elettrici del basso di Brewer e gli effetti elettronici si intersecano con naturalezza, sfumando i confini tra generi musicali e fra obbligati e improvvisazione, realizzando così un’efficace trasposizione in musica del concetto di integrazione fra diversità. Fusion che sfocia in progressive per poi evolvere nel crescendo di archi che dona un’aura quasi cinematografica alla composizione, prima di aprire all’improvvisazione del pianoforte di Escreet. Il legame di continuità con “Bad Hombre” e la sua title-track è sottolineato da Bad Hombres Y Mujeres, un brano che ne sviluppa il groove di basso trasformandolo in un groviglio frammentato di unisono, e creando un substrato ideale per le idee ritmiche di Sanchez. L’elevata densità sonica precede l’essenzialità minimale di Home, un brano cantato quasi pop che anticipa la seconda suite della raccolta, Lines In The Sand (Part I - Part II), dove la varietà di generi musicali continua a essere il tema dominante, con una forte connotazione prog-rock e che ospita anche frammenti recitati dell’opera “At the Wall, US/Mexican Border Texas 2020”, a ribadire il motore tematico del progetto.

31/8/2019JazzitEugenio Mirti
Sánchez’s Borderless Music

IN MAY 2018, DRUMMER ANTONIO Sánchez was performing with pianist/composer Arturo O’Farrill at the Fandango Fronterizo, a trans-border festival at the 18-foot-high fence that separates San Diego, California, from Tijuana, Mexico. What impressed the him was how people on both sides of the divide were singing and dancing together to son jarocho. For a moment, the fence disappeared. Afterward, sifting through photos of the event, he came upon one of a girl in red playing on the beach, dwarfed by the towering black fence jutting into the ocean. This image became the cover of his latest album, Lines In The Sand (CAM), as well as the recording’s guiding metaphor. And it’s with this album that Sánchez cap-tures the spirit of borderless music, making an unequivocal statement about humanitarianism. Thematically, Lines In The Sand picks up where 2017’s Bad Hombre (CAM) left off. On the earlier release, Mexican-born Sánchez—a naturalized American citizen—challenged the disparagement of Mexicans then occurring in the U.S. media. With the new album, he holds a magnifying glass up to immigration policies that he sees resulting from that denigration. Lines opens with the violent sounds of families being separated, real-life audio clips of exchanges between United States Immigration and Customs Enforcement officials and unidentified men, women and children—some of whom are American citizens. This montage is the intro to “Travesía (Crossing),” an epic composition in three parts that matches Sánchez’s riveting grooves with oscillating electronics, dynamic strings and lyric wordless vocals. In a recent phone call, the bandleader explained his decision to lead with the most disturbing track on the record. “I wanted [sounds] on the album that were literal,” he explained. “Not open for creative interpretation—and not so easily dismissed.” Linesalso recalls the 2017 album, compositionally. Sánchez extrapolated the melody for “Travesía” from an arpeggio that he liked on one of the earlier tunes. From the Bad Hombre title track, he borrowed a bass line to create the angular “Bad Hombres Y Mujeres.” And the cur-rent version of “Home” is almost identical to the previously recorded version, except that singer Thana Alexa, Sanchez’s wife and one-fourth of his group Migration, provided lyrics. (“Where is home on this road?” she sings, affectingly.) Bassist Matt Brewer, keyboardist John Escreet and saxophonist Chase Baird round out the ensemble. For those looking for a Birdman redux, Sánchez’s compositions for Lines In The Sand, as always, contain plenty of filmic moments, though none of the extended solo drumming. “To me, one of the most fascinating things about composing or improvising is the development—it’s like storytelling,” he said. “The characters in this instance would be the melodies, the harmonic structure, the rhythms. So, I think, how many ways can I turn this around so that you get reminded that you’re listening to the same thing but in a different way?” Sánchez gave as much thought to the narrative arc of Lines as a whole as he did to that of each composition. The album closes with the title cut, a mostly through-composed piece that unleashes into three solos back-to-back, before reverting to the tune’s initial structure. Like “Travesía,” “Lines In The Sand” lasts more than 20 minutes and uses spoken word—to sucker-punch effect. At the end of this track, slam poet Jonathan Mendoza (son of Victor Mendoza, Sánchez’s former professor at Berklee College of Music) recites his poem “Blood Country,” a dramatic reworking of the Pledge of Allegiance that lays bare the hard-won triumphs of Latin American immigrants. Sánchez said that he closed the album with the Mendoza poem to leave his listeners with some hope amid all of the tough listens on this album. He doesn’t want this hope to obscure an all-important question, however: “If we were running away from famine, hunger, war, violence, persecution—how would we want to be treated?”

1/6/2019DownbeatSuzanne Lorge
Antonio Sanchez Lines In The Sand

Antonio Sanchez considers himself a fortunate man, blessed in family, education and in having spent a peaceful and creative quarter of a century in a country that welcomed him and his talents. But the America of 2018 is not the America of 1993. The America of today has turned its back on the mutual and pragmatic relationship that used to exist with its nearest southern neighbor, Mexico. Jazz music has always had an element of protest and Lines In The Sand is a superb example of music that makes its strong point without surrendering even a fraction of its musicality. Sanchez is more than a drummer; he is a complete musician, heard here on keyboards and as a vocalist, as well as behind his kit. He is, though, one of those rare percussionists who can make the familiar drum set sound like a single instrument one minute, and a complete orchestra the next.

1/4/2019Drumheadeditorial
Antonio Sanchez & Migration: Lines In The Sand

Antonio Sanchez, compositore e batterista di fama internazionale, confeziona una suite che non è solo un tributo e un atto di solidarietà nei confronti dei migranti che quotidianamente tentano di varcare il confine tra Messico e Stati Uniti in cerca di una vita migliore, ma anche un atto d'accusa contro le politiche demagogiche e piene di retorica di una Casa Bianca ormai sorda a ogni istanza umanitaria o di cambiamento. Sanchez ricorda nelle note di copertina di Lines in the Sand che lui stesso un tempo fu un immigrato: nel 1993 partì da Città del Messico per andare a Boston a studiare al Berklee College of Music, diventando, anni più tardi, uno dei jazzisti di maggior successo (è sua, ad esempio, la colonna sonora di "Birdman" del regista Alejandro Gonzales Inarritu che gli è valsa un Golden Globe) e guadagnandosi, fra l'altro, anche la cittadinanza americana. Ma quella era un'altra America: oggi c'è un muro a far intendere bene a chiunque che i tempi dell'american dream sono decisamente finiti. Sanchez prova, dunque, a risvegliare le coscienze con un lavoro corale, ricco di insinuanti melodie e di grande accessibilità. A fargli da spalla i Migration, solido quartetto di professionisti dove spicca la brillante vocalist Thana Alexa. Una fusion gentile, quasi sommessa, con venature progressive che ricorda, in alcuni passaggi, i lavori strumentali del francese Patrick Forgas con la sua Forgas Band Phenomena, guarda caso un altro batterista-compositore. Tra i brani più riusciti, ”Long Road”, dove Sanchez può fare sfoggio del suo drumming fantasioso e incisivo, mai sopra le righe, e ”Bad Hombres Y Mujeres”, contraddistinto da un groove trascinante con i solisti impegnati a improvvisare su un tema complesso continuamente spezzato e ripreso.

29/3/2019allaboutjazz.comClaudio Bonomi
Antonio Sanchez & Migration Lines In The Sand - 4 stars

With Lines In The Sand, Antonio Sanchez sounds a call not only to action, but also about action. Fortified by the talents of his Migration band, the drummer/composer analyses revolution as the heartbeat of jazz, deploying sonic avatars across a montage of police brutality and protest. Over a delicate bed of John Escreet’s Fender Rhodes, the three-part suite Travesía unravels its politics into a patient groove. Like a thickly canopied forest, it affords only occasional shafts of light to mark the way. As drums announce themselves as being fully present, tenor saxophonist Chase Baird and vocalist Thana Alexa cut through the foliage, fulfilling a promise of a clearing. At the other end of the album is the two-part title track: an epic testament to memory, given photorealistic depth by Alexa’s wordless brushstrokes. Cell by cell, it builds from the ground up, anchored by bassist Matt Brewer. Before that, the band travels a “Long Road”, along which Sanchez’s tenure with Pat Metheny comes to bear. While it shares the album’s feeling of travel, here a darker shadow blankets the way ahead. Rather than idealize the landscape, Sanchez finds corruption in it and turns it like a stone in a river, until it’s smoothed into something beautiful and humane. In the tracks that follow, he finds greater urgency, drumming with narrative purposes. The song “Home”, set to lyrics by Alexa, plants hope amid the tectonic harmonies. She crafts a sense of belonging in solitude, and seems to understand that the body is both a beginning and an ending. If only it can survive the night, she seems to say, it can greet the day, renewed.

1/3/2019DownBeatTyran Grillo
Antonio Sanchez & Migration Lines In The Sand

Es ist ihm wichtig. Zwei klein geschriebene Bookletseiten lang erklärt Antonio Sanchez, warum er die USA mag, als mexikanischer Immigrant, der 1993 Richtung Boston zog, weil er dort die Musik machen konnte, die er wollte. Wie er offen empfangen und unterstützt wurde, bis er war, was er ist – einer der besten Jazz-Schlagzeuger der Welt. Und wie ratlos, wütend, hilflos es ihn macht, dass heute staatlich geförderter Hass die Diskussion dominiert. Deshalb „Lines In The Sand“, aufgenommen im Quintett unter anderem mit Pianist John Escreet und Sängerin Thana Alexa, eingespielt mit einem Mix aus Melancholie, Nachdenklichkeit und Pathos. Man hört Sanchez an, wie ihn die Spannung durchströmt, kraftvoll werden lässt, wenn er mit rockig trockenem Sound die melodiös weit ausholende Musik kommentiert, konterkariert. Am besten laut hören und daran denken, dass Jazz ohne die Vielfalt der Menschen tot ist.

1/2/2019AudioRalf Dombrowski
Song You Need to Know: Antonio Sanchez, ‘Bad Hombres y Mujeres’

Jazz drummer behind ‘Birdman’ score reaffirms anti-Trump stance with his latest musical diatribe
Like countless other Americans, drummer Antonio Sanchez was appalled by the anti-Mexican rhetoric Donald Trump spewed during his presidential campaign. On his 2017 album, Bad Hombre, the Mexico City–born jazz artist — best known for his groundbreaking solo-percussion score to 2015 Best Picture winner Birdman, as well as his extensive work with Pat Metheny — took one of Trump’s most infamous phrases as its title, turning bigotry into empowerment. “[B]ad hombres are, by his definition, Mexicans — mainly Mexicans — and Latinos that are rapists and are criminals,” Sanchez told Southern California Public Radio’s The Frame. “And that we are just bringing the country down single-handedly almost. So this album is like a direct answer to that rhetoric saying there’s a lot of Mexicans that we live in the States, we contribute to society, we’re good people, we’re hard-working people, we’re creative people and we’re not going anywhere. So he might as well get used to that idea.” Sanchez furthers his reclamation of the term on Lines in the Sand, a new LP with his band Migration, out Friday in the U.S. Themed around the dark side of the immigrant experience — “[t]his is about the kind of immigrant who is constantly being demonized, ostracized and politicized by a powerful few in the name of a misguided nationalism …,” Sanchez writes on his website — the album features lengthy, prog-like suites bookending shorter tracks that zero in on a specific feel. One of the latter, “Bad Hombres y Mujeres” shows off the group’s startling virtuosity and sleek rhythmic drive. The fusion-esque piece builds on a prowling, minimal vamp, laid down by keyboardist John Escreet and bassist Matt Brewer. As Sanchez darts and weaves around the rhythmic foundation, vocalist Thana Alexa and saxophonist Chase Baird sync up for hyper-complex melody lines. Midway, through, the feel switches to a throbbing half-time groove. We usually think of protest music as something raw and immediate; this, though, is fiercely controlled. The track’s borderline-superhuman tightness makes it feel that much more defiant, explicitly illustrating Sanchez’s script-flipping assertion of personal worth. If this is what bad hombres y mujeres are capable of, the music implies, we should all aspire to that status.

23/1/2019rollingstone.comHank Shteamer
Antonio Sanchez – Lines In The Sand

Depuis «Migration» en 2007, il s’agit du sixième album studio qu’Antonio Sanchez enregistre comme leader. Naturalisé américain en 1993, le batteur d’origine mexicaine joue ici pour souligner la déshumanisation des migrants d’aujourd’hui. Le locataire de la maison blanche est forcément visé, mais la sortie prématurée de l’album en Europe est porteuse de sens, les pays européens s’étant aussi illustrés par leur politique migratoire répressive. «Lines In The Sand», c’est l’épopée musicale des migrants irréguliers. La complexité rythmique des compositions embrasse les notions de rupture et de continuité, un écho à la situation migratoire extraordinaire qui se prolonge et devient la norme. Çà et là, de subtils changements harmoniques altèrent la coloration des thèmes mélodiques, comme pour redonner espoir à ceux qui n’en ont plus. Les morceaux aux titres évocateurs sont parfois construits autour de plusieurs mouvements. Antonio Sanchez a fait le choix de ne pas les scinder, forçant l’oreille attentive de l’auditeur sur la situation qu’il dénonce. Il ironise dans une interview pour Jazz Maastricht, «Si tout était parfait, on ferait tous du smooth jazz».

18/1/2019qwest.tvWilly Kokolo
Venijnige jazz tegen president Trump

Venijnig en vol uit het hart valt de Mexicaans-Amerikaanse drummer Antonio Sanchez in de hoestekst president Trump aan op diens migratiebeleid. Sanchez, zelf immigrant, nam zijn nieuwe plaat op toen Zuid-Amerikaanse vluchtelingen in de VS massaal werden opgepakt, ouders en kinderen van elkaar gescheiden. Sanchez’ boosheid klinkt natuurlijk niet alleen in zijn woorden door. Ook de muziek is dreigend; vooral door de donkere bastonen, de wrange akkoorden op piano of Fender Rhodes, de felle saxofoon en grillig giftige zang. Om zijn intenties meer kracht bij te zetten, gebruikte Sanchez samples van sirenes en schreeuwende agenten. De gezongen gedichten en teksten zijn al even expliciet. Geen mens zal de bedoelingen van deze musici verkeerd begrijpen. Misschien is daarom de muziek niet altijd even spannend. Sanchez is een fantastische drummer, maar heeft als componist nog niet een herkenbare signatuur gevonden. Toch weegt een ander euvel zwaarder. Met name in ‘Home’ doet de dik aangezette dramatiek de muziek een knellend korset om. Daar komt het dilemma van het engagement aan het licht. Zonder politiek is alles vrijer.

11/1/2019TrouwMischa Andriessen
Lines in the Sand Antonio Sanchez & Migration

On his follow up to last year’s powerful solo effort, Bad Hombre, Mexican-born drummer Antonio Sanchez continues to create music inspired by the controversies regarding the current U.S. administration’s immigration policies. Sanchez’ group Migration features the voice and effects of Thana Alexa, along with Chase Baird (tenor saxophone and EWI), John Escreet (piano, Fender Rhodes and synthesizer) and Matt Brewer (acoustic and electric basses), an electro-acoustic excursion with a palpable narrative contour much like the leader’s award-winning soundtrack work. The opening three movement suite, “Travesia” (Crossing), is introduced with the sampled sound of a wailing siren and approaching footsteps after which anxious voices are heard, including a woman pleading, “Do you have a warrant?” and man shouting “Officer, this is wrong!” Ambient keyboards, ethereal EWI and atmospheric vocalizing conjure the image of a starry desert night as the steady rhythms of bass and drums invoke the sensation of a labored march at the first movement’s onset. The episodic 20-minute piece traverses a wide variety of emotional terrains, including optimism, dread, strength and vulnerability, with Nathan Shram’s viola and Elad Kabilio’s cello respectively lending additional textural sonance to the suite’s second and third movements. “Long Road”, which follows, is a lyrically buoyant dirge embodying a spirit of hope, evinced by soaring vocals and propulsive drumming. On “Bad Hombres Y Mujeres” the ensemble expands the aggressive sound of the title track of Sanchez’ previous album with swirling electrified tonalities while “Home”, with lyrics by Alexa, is a poignant, delicately rocking outing. The album’s title track, a 26-plus-minute, two-part suite, potently closes the date, with Part I including a fragment of the Paola Gonzalez/Karla Gutierrez poem “At The Wall, US/Mexican Border, Texas 2020” read by the authors and Part II incorporating Jonathan Mendoza’s recitation of his “Blood Country (after Safia Elhillo)”, to speak directly to the issues the music compellingly addresses.

7/1/2019The New York City Jazz RecordRuss Musto
Antonio Sanchez - Lines in the Sand

Quando nel 2005 il Pat Metheny Group ha pubblicato The Way Up, una monumentale suite di quasi 70 minuti composta da 4 brani che attraversano così tanti generi difficilmente riconducibili solo all’etichetta jazz, è diventato un successo immediato che sarebbe apparso nella maggior parte delle liste del meglio di quell’anno. Riuscendo a toccare uno dei migliori momenti creativi e propulsivi della band, quest’album è un momento di passaggio importante per ridefinire il modo in cui un narratività decisamente poco jazz poteva essere sviluppato da artisti jazz. All’epoca, dal punto di vista personale, mi sentivo come se si fosse creato un ponte tra i miei ascolti jazz e quelli di progressive rock: oggi mi rendo conto di come gli artisti appartenenti ad un’area o all’altra abbraccino questo senso di narratività in maniera diversa. Quella che sarebbe sembrata una montagna difficile da scalare per qualsiasi artista jazz – difficile ad esempio per il rischio di mettere a repentaglio qualsiasi forma di improvvisazione durante la navigazione attraverso complessi di ostinati e contrappunti – non è apparsa, invece, spaventosa per il batterista Antonio Sanchez. L’ormai collega di lunga data di Pat Metheny ha rianimato quella narratività e quello stesso stile di composizione strutturata con la sua band Migration, ora con un’altra registrazione estremamente sviluppata e di considerevole durata, dal titolo Lines in the Sand. Tuttavia, ciò che colpisce di più di questa registrazione, marcando una differenza tra ciò che è avvenuto prima, è la necessità di raccontare una storia contemporanea. La storia sta accadendo ora, la storia è di fronte ai nostri occhi ogni giorno nelle notizie. È la storia degli immigrati che affrontano la disperazione al confine sud degli Stati Uniti. Antonio Sanchez ritorna a quella stessa narratività di The Way Up per raccontare questa storia. Mentre Lines in the Sand viene pubblicato, la storia che racconta si svolge sotto i nostri occhi. La carovana di immigrati centroamericani ha raggiunto il confine americano e cerca di forzare il confine per entrare negli Stati Uniti, respinta con una reazione violenta. I maltrattamenti applicati agli immigrati stanno causando un’agitazione nell’opinione pubblica degli Stati Uniti. Sono orgoglioso di essere un immigrato. Orgoglioso di essere messicano e orgoglioso di essere americano, dice Antonio Sanchez nel booklet del nuovo lavoro pubblicato con la produzione del suo ormai storico collaboratore Ermanno Bassi per CamJazz. Il batterista non fa alcun mistero di quale parte lui stia, dicendo che alzare i confini è un calcolo deplorevole e maliziosamente politico alimentato dal presidente degli Stati Uniti, a cui si oppone pubblicamente fin dalla data della sua elezione. Quando l’avventuroso duo di batteria e samples intitolato Bad Hombre fu pubblicato nel 2017, un Antonio Sanchez arrabbiato ed inquisitivo era raffigurato in copertina su uno sfondo nero. Il riferimento era ai bad hombres, l’appellativo deplorevole con cui il presidente degli Stati Uniti aveva chiamato i messicani. La copertina di Lines in the Sand raffigura una donna vestita di rosso sul lato un muro gigantesco che arriva fino in mare, tenendo i confini ben chiusi. Quello che sembra uno scenario distopico, filtrato dagli effetti speciali nella foto, sta diventando realtà. Antonio Sanchez é stato per lungo tempo in tour negli ultimi tre anni con la sua band Migration: dopo aver pubblicato l’omonimo disco, il gruppo Migration è diventato un progetto a lungo termine. The Meridian Suite, uscito nel 2015 con il nome di Antonio Sanchez & Migration, é stato il primo lavoro ad essere caratterizzato da una lunga suite, invece che singole tracce slegate. In quell’occasione non c’era nessun ospite di lusso, a differenza delle registrazioni passate. Era il segno che il batterista stava dando corpo alla sua visione, una direzione precisa in cui la composizione e l’improvvisazione potevano interagire in questa rete di complessità, ed era pronto a svilupparla con la sua formazione. Sebbene l’improvvisazione non sia in alcun modo secondaria in questo progetto, svolge comunque un ruolo diverso rispetto a qualsiasi altra sessione di jazz. Anche se sviluppato attraverso un quadro molto preciso, ad es. la durata della suite non è maggiore o minore durante la sessione live rispetto al disco, tuttavia contiene una serie non scritta di regole su come ampliare o limitare lo spazio di improvvisazione. La line-up della band Migration è stata abbastanza stabile attraverso le due registrazioni, con il solo Chase Baird al sassofono ed EWI come nuovo membro. La cantante Thana Alexa é il collegamento più evidente con il suono degli anni ’80 del Pat Metheny Group; si muove abilmente tra le linee soliste e contrappone le linee ritmiche, a volte all’unisono con Baird, che a sua volta si concentra principalmente sul lato ritmico. Matt Brewer sta diventando un collaboratore di lunga data di Sanchez e aggiunge sempre una tavolozza di grande estensione alle poliritmie virtuosistiche sviluppate dal batterista. E, infine, John Escreet, uno dei musicisti più sorprendenti e impossibili da decifrare in circolazione. La sua ultima opera da solista Learn to Live mostra con quanta facilità riesce a navigare tra funk, jazz contemporaneo, fusion e così via. Sempre capace di mostrare soluzioni imprevedibili attraverso il suo modo di suonare. Voci di donna si uniscono in un grido di disperazione, sullo sfondo le sirene della polizia, urlano ‘Vergogna!’ durante l’intro di Lines in the Sand, non a caso intitolata Travesia. Il viaggio parte da un tappeto di piano elettrico su un Re armonizzato da voce e basso in maniera sottilmente sfuggente e sospinto dal solito playing intricato di Sanchez. Questo stesso arpeggio di tastiera a loop è il campione principale di Nine Lives, la penultima traccia in Bad Hombre: mantenendo lo stesso spirito implacabile, ballonzolando avanti e indietro tra il guidare il ritmo e la costruzione di un’armonizzazione metrica, ora é l’introduzione perfetta che impone un feel ben preciso per l’intera suite. Ancora quando le tracce si spostano da questo rubato a una parte più costruita e legata al tema principale dopo 3 minuti, l’atmosfera mantiene una sorta di stato riflessivo e ambiguo. Le note di pianoforte liquido di John Escreet si mutano in una serie di triadi ritmicamente complesse (un mix di battute da 4, 2 e 7 quarti) che mette ancora in mostra la voce delicata e precisa di Thana Alexa. La narrazione si svolge con un ritmo lento, non spingendo troppo: l’ascoltatore é davanti a un film, i primi 10 minuti di Travesia hanno una sensazione quasi da colonna sonora, da non scambiare con la più abusata definizione della parola ‘cinematico’. Insomma, la musica non é atmosferica, ma é il suo svolgimento tematico a suggerire una narrazione cinematografica. Non c’è da meravigliarsi se, sopra un pedale modale guidato dal piano acustico, le orchestrazioni di violoncello e viola prendono la scena per suonare un tema dolce e commovente a circa 10 minuti. Fino a quando la traccia non termina in una progressione di accordi che ricorda molto da vicino Pat Metheny e si muove di nuovo sotto un ritmo complesso di battiti. Quando il batterista Antonio Sanchez si é trasferito a New York nel 1993, é diventato ben presto un session-man affermato collaborando con personalità del calibro di Chick Corea, Gary Burton, Michael Brecker, Danilo Perez, oltre a Pat Metheny. Il chitarrista elogia spesso il ruolo chiave del batterista nel suo modo di suonare: Metheny menziona le sue abilità orchestrali come una delle ragioni per cui é membro di così tanti progetti in cui lui stesso é presente. Ovviamente, queste abilità hanno svolto un ruolo chiave nello sviluppo dei progetti dell’ultimo PMG e dei suoi progetti solisti. Tuttavia ha iniziato la sua carriera da solista con Migration, pubblicato con CamJazz, solo nel 2007. Mentre si muove senza intoppi attraverso le collaborazioni di molti dei più affermati musicisti jazz – ad esempio i trio di superstars che suonano in Three Times Three – ora sembra sul punto di spingersi oltre nuovi confini con la sua visione. A seguito della vittoria del grammy per la colonna sonora del film Birdman, ha portato questo lavoro in un interessante tour di batteria più film e poi ha esplorato il solo batteria ancora con il menzionato Bad Hombre. Poi si é rivolto anche alla parte opposta dello spettro per un’opera orchestrale. All’inizio di quest’anno ha pubblicato Channels of Energy insieme a Vince Mendoza e alla WDR Big Band, mettendo la complessa architettura delle sue tracce ancora più a rischio, come un trapezista sulla corda, in un’opera energetica e poderosa. Mentre Lines in the Sand è ancora caratterizzato da questa stessa cifra orchestrale, la differenza rispetto al precedente lavoro di quest’anno sta nel modo in cui sviluppa un senso di narratività attraverso la sua scrittura. Sanchez è un batterista diplomato al pianoforte, spesso paragonato con un altro batterista e pianista come Jack DeJohnette, e questo influenza il suo stile in modo molto spontaneo. Trae ispirazione dal jazz contemporaneo, dal latin, colpisce in maniera incisiva sui piatti anche quando suona jazz, o mescola facilmente le sue influenze, come ad esempio i Rush -da sentire il pattern di sestine ispirato a Neil Peart a circa 8 minuti in Travesia-, con clave o ritmi derivati dal latin. Lo sviluppo narrativo si snoda attraverso le tracce intermedie di Lines in the Sand: tre più corte rispetto alle suite più lunghe piazzate in apertura e chiusura, che rimbalzano dallo stato più calmo al più frenetico. Long Road è una progressione di accordi discendente caratterizzata da un’atmosfera lirica che consente armonizzazioni a la Metheny della voce di Thana Alexa attraverso un crescendo emotivo, mentre Bad Hombres Y Mujeres è l’esatto opposto. Anche in questo caso il riff di inizio, un uptempo da jazz rock anni ’70 portato da basso e Fender Rhodes, viene preso direttamente da Bad Hombre, questa volta dal brano che da il nome all’album. Quindi le montagne russe più folli, poliritmie e salti di intervalli impossibili che Thana Alexa e Chase Baird giocano sul più alto livello di linee di unisono virtuosistiche. Matt Brewer, che si muove nell’intero disco dal basso acustico a quello elettrico con invidiabile facilità, e John Escreet sostengono un ritmo di due su tre, una sorta di clave nascosto, mentre Antonio Sanchez va su e giù all’interno di una rete poliritmica senza apparente difficoltà. Questa follia è interrotta dal chorus, uno standard rock con un basso pulsante, ingannato da Sanchez attraverso multipli battiti irregolari, e poi gli scambi di assolo tra il Fender di Escreet e l’EWI di Baird. Un picco di fusion virtuosistica ad altissima difficoltà, dove é evidente l’influenza di Cobham, mescolata con una sorta di aggressività da prog metal. Il trittico è chiuso dalla intensa ballad Home. Ancora un’altra traccia precedentemente sviluppata da Bad Hombre, questa volta con l’aggiunta dei testi di Thana Alexa. Gli accordi lasciati risuonare dal piano elettrico danno un po’ di riposo alla band, un momento riflessivo. Il testo è una storia che fa navigare l’ascoltatore attraverso il sentimento di una trasformazione progressiva, la speranza e il desiderio che influenzano la partenza e l’arrivo in una nuova casa in cui vivere. Le triadi di accordi sembrano muoversi in una strana progressione, aggiungendosi ciascuna sopra lo strato del precedente, come la neve sulla sabbia, passando attraverso modulazioni adiacenti, salendo in una scala a spirale. La voce di Alexa da la sensazione di una ballata molto emozionante e inaspettata, giocando con carezze jazz e strappando sfumature più aggressive. Aperto da un pattern ruminante di pianoforte minimalista, che sembra andare sottilmente sfasato da un momento all’altro, la suite Lines in the Sand è nuovamente pervasa da un senso di sviluppo prolungato. Il tema iniziale inizia dopo tre minuti, di nuovo con la voce e il sassofono che suonano le note all’unisono, che si muovono attraverso ritmi mutevoli e si arrampicano attraverso le progressioni tonali prolungate del brano. Mentre gli assoli di Brewer al basso elettrico, Alexa ed Escreet al piano elettrico articolano un tempo lento, l’intera suite è incentrata sullo svolgimento di una narrazione emotiva intima. Tutto si rompe con una potente interruzione a circa 13 minuti. Prima le parole in parlato dal poema ‘At the Wall, US/Mexican border, Texas 2020’ di Paola Gonzalez e Karla Gutierrez, poi un rock veloce che apre la strada ad esaltanti assoli di fusion di Escreet al Prophet synth, capace di aggiungere uno dei momenti più intensi dell’intero lavoro. La chiusura è di nuovo rappresentata dal recitativo, questa volta da Jonathan Mendoza che ripete il suo “dichiaro fedeltà a” nel poema ‘Blood Country (after Safia Elhillo)’. Lines in the Sand è un’intensa suite jazz contemporanea, che non nasconde influenze provenienti dagli anni elettrici di Chick Corea, dal PMG e persino dal progressive rock e li mescola in modo coerente. Ma è anche un lavoro altamente emotivo che mostra chiaramente l’intento dell’autore di raccontare una storia. La narrazione non è mai un limite che incapsula la creatività dell’improvvisazione; se questo disco parla, invece, del rompere le mura indicate della politica, gioca anche un ruolo nel rompere i muri tra le etichette dei generi musicali.

5/12/2018musicforwatermelons.comMarcello Nardi
Antonio Sánchez & Migration Lines In The Sand

Next year Sánchez will be concentrating on his own projects and will not be touring with Metheny. His new Migration album Lines in the Sand is a full blown protest, anti-Trump, album the ostensible protest element is in the brief opening police radio, siren, and street found sounds track that then sets up a very pacey rollercoaster feel to what follows. On tour the band is the same as on the album except in place of bassist Matt Brewer expat Englishman Orlando Le Fleming is on the road along with expat English pianist John Escreet on keyboards, Antonio’s wife Thana Alexa on vocals, and Chase Baird playing tenor sax and EWI. A blend of pulsating jazz-rock Lines in the Sand delivers more than that bald statement and blunt instrument of “protest” and makes the impetus even more convincing because of this artistic power. Orlando has played with the band before. Sánchez says. “We’re playing new music, complicated music, rhythm playing, and I told the band to learn all the music beforehand so they don’t have to read it off stands.” As for working with Thana, the only difficulty he says is “who gets to the bathroom first in the morning!’’ Sánchez incorporates the role of the singer as another instrument like a trumpet with effects. He tells marlbank: “The voice is very relatable and the advantage is that there are lyrics” which on ‘Home’ certainly allows a more overt evocation of the theme of migration universalised which adds to its message. Sánchez talks about the importance of what home is in a contemporary context, which in America under Trump is demonising immigrants. He says that his own immigrant story coming to New York legally from Mexico City now holding both US and Mexican citizenship was a case of his own good luck. However, many others there are not so lucky. He says that the album isn’t only for the dreamers who have made headlines in their righteous protest against cruel treatment by the authorities but immigrants who have been in America for many years who live undocumented but who also contribute greatly to American society. (for the complete review see marlbank.net)

16/11/2018marlbank.neteditorial
Antonio Sánchez revient avec "Lines In The Sand"

Un an après son projet expérimental en solo "Bad Hombre", le batteur retrouve son quintet Migration et dévoile la vidéo de "Bad Hombres Y Mujeres". Né à Mexico City et installé à New York en 1993 avant d'être naturalisé, le maître percussionniste continue son combat contre la politique discriminatoire de Donald Trump. Une résistance en musique dans la droite lignée de ce jazz militant et avant-gardiste qui a bouleversé la musique du XXème siècle. Mais c'est bien dans l'Amérique d'aujourd'hui qu'Antonio Sánchez puise son inspiration exacerbée par un pays à nouveau divisé et en proie à ses vieux démons haineux. Après son projet solo expérimental et cathartique Bad Hombre, le batteur retrouve son groupe Migration sur l'album Lines In The Sand, un nouveau sommet de jazz contemporain attendu le 30 novembre sur le label Cam Jazz. Compagnon de route d'Avishai Cohen, Michael Brecker, Enrico Pieranunzi, Gary Burton ou Chick Corea et membre du Pat Metheny Unity Band depuis 15 ans, le batteur et compositeur Antonio Sánchez a déjà sorti cinq albums avec son quartet Migration. Un talent rythmique inouï, une écriture précise et libre qui l'ont conduit à composer la géniale bande-originale frénétique de Birdman, le film oscarisé de son compatriote Alejandro G. Iñárritu. En 2016, il compose aussi la musique du film-documentaire Política, manual de instrucciones du réalisateur espagnol Fernando León de Aranoa. Sur la vidéo de ce premier titre Bad Hombres Y Mujeres on peut le voir en studio avec la chanteuse Thana Alexa, le claviériste John Escreet, le bassiste Matt Brewer et le saxophoniste Chase Baird, musiciens surdoués de ce quintet dont la pulsation résonne comme une urgence, celle d'un pays en détresse.

15/11/2018fip.fGuillaume Schnee